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Rifugiati in Libia: diritti negati e responsabilità europee

LA WEB-INCHIESTA

autore foto: united nations photo, da flickr (immagini di autore foto: united nations photo, da flickr)

Un'inchiesta di Fidh, Jsfm, Migreurop e Unione forense per i diritti umani testimonia gravi ed estese violazioni nei capi profughi libici: "Caccia all'uomo per gli africani." Intanto i respingimenti nel Mediterraneo continuano 

 

di Carlo Ruggiero

La Libia continua ad essere un inferno per migranti, rifugiati e richiedenti asilo. E l'Unione europea, fresca insignita del premio Nobel per la pace, non appare certo esente da colpe. E' questo il quadro dipinto in un rapporto redatto dalle delegazioni della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (Fidh), di Justice Sans Frontières pour les Migrants (Jsfm), di Migreurop, e dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani.

La relazione si basa sui risultati di un'indagine condotta nel giugno 2012. in sette campi di detenzione, a Tripoli, Bengasi e nella regione delle Montagne Nafoussa. Ebbene, la situazione dei migranti viene definita "devastante", con gravi ed estese violazioni dei diritti umani, in particolare nei confronti di coloro che provengono dall'Africa sub sahariana, e che oggetto di una vera e propria caccia all'uomo da parte di gruppi di miliziani "totalmente fuori controllo". Ma oltre alla Libia, anche l'Unione europea e i suoi stati membri escono piuttosto male dall'inchiesta, accusati di politiche migratorie più attente ad una generica "sicurezza" dei propri confini che al rispetto dei più basilari diritti umani.

Un hub di migrazione. Prima del conflitto, quasi un terzo della popolazione libica era composto da lavoratori stranieri. La guerra ha provocato un esodo di massa di migranti dal paese, che oggi, in piena ricostruzione, è tornato ad essere un luogo in cui cercare lavoro. "I migranti che passano in Libia per cercare di raggiungere l'Europa sono solo una piccola minoranza. E quelli che lo fanno sono in genere in fuga dai conflitti nel Corno d'Africa. Cercano una protezione internazionale che la Libia non può garantire", ha dichiarato Messaoud Romdhani, vice presidente della Lega tunisina per i diritti umani. La Libia, infatti, non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e non ha quindi un sistema d'asilo. La Guardia costiera libica, tra l'altro, conferma che quasi tutti i migranti intercettati nel Mediterraneo sono di origine somala o eritrea.

Nelle mani delle milizie. Per i migranti provenienti dall'Africa sub sahariana il viaggio risulta particolarmente pericoloso: sono spesso vittime di estorsione e violenza da parte dei trafficanti di esseri umani, abbandonati nel deserto o respinti alle frontiere. Al loro arrivo in Libia, gli stranieri considerati "pericolosi" vengono spesso arrestati da gruppi di ex ribelli (Katiba), che operano al di fuori del controllo delle autorità governative. I migranti di origine sub sahariana sono gli obiettivi principali in un contesto di razzismo profondamente radicato. Un leader di un gruppo che si fa chiamare "Free Libya" ha recentemente dichiarato: "La priorità è quella di pulire il paese dagli stranieri e di porre fine alle politiche di Gheddafi che hanno riempito di africani questo paese. Non vogliamo più che queste persone portino qui criminalità e malattie".

Detenzione arbitraria e indefinita. Migliaia di migranti sono oggi detenuti in campi improvvisati dai ribelli senza alcuna prospettiva di liberazione. "Le condizioni in cui vivono sono disumane e degradanti. Le celle sono sovraffollate e in situazioni igieniche drammatiche, tra l'altro ai detenuti è raramente permesso uscire. I migranti subiscono abusi fisici e psicologici", ha dichiarato Sara Prestianni, membro del Migreurop. Il rapporto documenta anche il reclutamento di migranti da parte di imprenditori privati. "Abbiamo assistito a scene in cui persone venivano nei campi, con la complicità delle guardie, per selezionare gli immigrati da far lavorare nelle loro aziende. I migranti non avevano la minima idea di quanto avrebbero dovuto lavorare, né se sarebbero stati pagati", ha aggiunto Geneviève Jacques, membro del Consiglio Internazionale Fidh. Quando non sono più necessarie per il lavoro, poi queste persone vengono riportate ai campi.

La responsabilità dell'Ue.
Le interviste con i detenuti a seguito ad intercettazioni in mare indicano inoltre che le pratiche di rimpatrio forzato in Libia continuano, in violazione del diritto internazionale (come affermato in un recente caso dinanzi alla Corte europea per i diritti dell'uomo, Hirsi contro Italia, 23 febbraio 2012). Nuovi accordi di cooperazione sono poi in corso di negoziazione tra la Libia, l'Unione europea ei suoi stati membri. “È legittimo il sospetto che i respingimenti nel Mediterraneo proseguano", ha denunciato Mario Lana, vice presidente della Federazione internazionale dei diritti umani (Fidh) e presidente dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani (Uftdu). Per Lana, è necessario “rinegoziare gli accordi di cooperazione nel rispetto del diritto internazionale relativo ai diritti umani e rendere pubblici gli accordi. Finora c’è una gestione anomala: si fanno gli accordi ma non si rendono pubblici come è doveroso in un Paese democratico. L’Italia sta rinegoziando gli accordi con la Libia, noi abbiamo il diritto di conoscere le misure che verranno adottate per poter dare anche un contributo”.

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