Rifugiati: a Roma nel palazzo della vergogna

Rifugiati, il palazzo della vergogna

Nuova puntata dell’inchiesta: in 700 accampati in un edificio a pochi passi dal Grande raccordo anulare. Nessuna televisione c’era mai entrata. Noi sì, insieme a un reporter di guerra tedesco, qui per raccontare l’inferno dei profughi

di Carlo Ruggiero e Fabrizio Ricci

Stefan Buchen è un reporter di guerra. Uno di quei volti che appaiono nei telegiornali della sera con una giacca sahariana d’ordinanza, zazzera al vento e microfono ben stretto in mano. È un esperto di Nord Africa e Medio Oriente ed è piuttosto famoso in Germania. I telespettatori tedeschi hanno imparato a conoscerlo grazie ai suoi collegamenti via satellite dai fronti caldi del mondo. Lavora infatti per la più importante televisione pubblica del suo paese, la ARD, e collabora con molte altre testate.

Nel marzo 2011 Buchen era in Libia e prima ancora in Egitto, tra la gente, per strada, a raccontare la “primavera araba” per la tv. Un anno dopo lo ritroviamo a Roma, con troupe al seguito, in una sede abbandonata della facoltà di lettere dell’Università di Torvergata. Si tratta di un edificio enorme, nel quartiere Romanina, a poche centinaia di metri dal grande raccordo anulare. Qui, da sei anni, vivono circa settecento persone, in un primo momento in maniera legale, grazie all’appoggio delle istituzioni locali, ma da qualche anno occupando abusivamente. Vengono tutti dal Sudan e dal Corno d’Africa e sono tutti rifugiati o richiedenti asilo politico. Per lo più ragazzi, molto giovani, hanno storie terribili di guerra e violenza alle spalle. Ma ci sono anche parecchie famiglie e oltre 40 bambini.

In questo posto nessuna televisione, italiana o europea, è mai entrata prima. Nessuno ci è mai riuscito, o ha voluto provarci. In realtà, a quanto dicono i residenti, qualche giornalista in passato si è anche interessato alla faccenda, ma ha sbattuto contro il muro di diffidenza eretto dai rifugiati. Esiste un comitato che gestisce i rapporti con l’esterno, un gruppo di rappresentanti delle quattro nazionalità più numerose nel palazzo: somali, eritrei, etiopi e sudanesi. Per entrare bisogna che siano tutti d’accordo, e non è affatto facile. Grazie all’aiuto dell’Associazione “Cittadini del Mondo”, che da tempo si occupa di queste persone, però, noi siamo riusciti ad entrare (video), insieme a Buchen e alla sua troupe.


E quello che abbiamo trovato lì dentro è stato un pugno nello stomaco. Una situazione disperata. Questa gente vive senza gas, senz’acqua, con allacci elettrici di fortuna, dormendo (almeno chi è arrivato più di recente) in enormi cameroni fatiscenti, in condizioni igieniche terribili. Era proprio questo che cercava Stefan Buchen, e l’ha trovato. “In Germania – spiega – ci sono molti rifugiati arrivati attraverso l’Italia che rischiano di essere rispediti qui, ma non vogliono. Alcuni di loro si sono anche opposti ai decreti di espulsione nei tribunali. E hanno vinto i processi, proprio dimostrando le condizioni in cui vivono i rifugiati in posti come questo. Dopo aver sentito le loro storie e dopo aver letto dei resoconti su queste situazioni, ho deciso di venire a vedere con i miei occhi”.

In effetti, rassegna.it si è già occupata a fondo di questi fatti. Due anni fa, abbiamo raccontato una situazione molto simile a quella appena descritta. Siamo entrati con una telecamera (anche in quel caso per primi) nell’ex ambasciata somala di via dei Villini. Un luogo dove centinaia di rifugiati somali vivevano in condizioni altrettanto drammatiche.

Poi, grazie alla preziosa collaborazione con due legali tedeschi, Dominik Bender e Maria Bethke, siamo venuti a conoscenza di un fenomeno nuovo, quello delle ordinanze che bloccavano le espulsioni di rifugiati politici verso il nostro paese dalla Germania. Ad ottobre 2011, quando abbiamo denunciato per la prima volta questo chiaro atto di accusa verso il nostro Paese, erano già quarantuno. Oggi sono ormai oltre settanta e rappresentano il motivo principale per cui anche la ARD viene a Roma ad interessarsi delle condizioni dei rifugiati in Italia.

I giudici tedeschi, in sostanza, reputano il nostro Paese incapace di assicurare ai profughi una vita dignitosa. E oltre al report a cui fa riferimento Buchen, ce ne sono altri redatti in Svizzera e Norvegia che raccontano le stesse situazioni, con gli stessi toni drammatici. Stefan, nel palazzo della Romanina, ha raccolto decine di testimonianze di persone che hanno raggiunto la Germania attraverso il nostro Paese, ma che sono state poi rispedite in Italia. Sono moltissime, non solo qui, ma anche in tanti altri accampamenti sparsi nelle periferie romane. Una situazione insostenibile, che la grande informazione italiana tende ad ignorare. Il più seguito canale televisivo tedesco, invece, da oggi comincia ad occuparsene.

“E’ davvero una situazione terribile, persino peggio di quanto mi aspettassi – continua Buchen – non potevo certo immaginare che a Roma, nel cuore della vecchia Europa, nel 2012, potessero esserci persone che vivono in queste condizioni”. L’obiettivo del reporter è chiaro: “Spero che il mio lavoro possa scuotere un po’ l’opinione pubblica tedesca. Perché c’è un’altra crisi in Europa oltre a quella economica e finanziaria: è la crisi dei rifugiati. I Paesi europei devono dimostrare solidarietà, soprattutto la Germania”.

“Queste persone hanno bisogno di più aiuto, più assistenza, più solidarietà – conclude Buchen – perché è ovvio che chi vive in posti come questo, viene da esperienze di guerra o da Paesi colpiti da disastri umanitari come la Somalia o l’Afganistan. Non vengono in Europa solo per soldi, per trovare migliori condizioni economiche, ma scappano dalla guerra o dalla disperazione. Ecco perché i Paesi europei dovrebbero mostrare maggiore sensibilità e solidarietà verso di loro”.

Il lavoro di Buchen e della sua troupe ben presto verrà visto da milioni telespettatori tedeschi, comodamente seduti nei loro salotti, che verranno a conoscenza di una vergogna tutta italiana. Una vergogna che, invece, a causa della disattenzione e del poco interesse dei media nostrani, gli italiani (o almeno la maggior parte di loro) ancora non conoscono. Anche se quei settecento disperati sopravvivono a pochi passi dalle loro case.

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