Rifugiati: dopo Gheddafi e Berlusconi, l’inferno libico prosegue

autore foto: united nations photo, da flickr (immagini di autore foto: united nations photo, da flickr)

In una indagine di IntegrA/Azione i terribili racconti dei profughi subsahariani intrappolati nelle carceri libiche dagli accordi firmati da Berlusconi con Gheddafi e confermati dal governo Monti. Storie di violenza e schiavitù

di Carlo Ruggiero

Debesay, Magos, Anwar, Salua sono persone. Persone in carne e ossa, con una loro storia, un loro passato travagliato, una famiglia. Sono intrappolati in Libia, in un presente agghiacciante e folle, e vedono, giorno dopo giorno, allontanarsi qualsiasi futuro possibile. Eppure, per il governo italiano, Debesay, Magos, Anwar, Salua restano soltanto delle cifre. Numeri di codici e protocolli, stampati su documenti polverosi, ammucchiati in faldoni persi chissà dove, nella moltitudine di carte bollate che riguardano i rifugiati coinvolti negli sbarchi e i respingimenti delle motovedette verso le coste libiche.

Debesay, Magos, Anwar, Salua sono solo pochi esempi di quelle migliaia di rifugiati passati dalla Libia, e che la Libia continua a rinchiudere a tempo indeterminato nelle sue carceri, in condizioni che loro stessi descrivono come terribili e disumane. Una verità, questa, che sfugge alle prime pagine dei giornali ma che rimane una macchia indelebile sulla coscienza del nostro Belpaese.

I racconti di questi disperati, fuggiti dal loro paese per sopravvivere e rimasti imprigionati in un limbo generato dal combinato disposto della burocrazia italiana e di quella libica sono stati raccolti dalla Fondazione IntegrA/Azione nell’indagine “Fronte libico. Gli effetti collaterali degli accordi Italia-Libia”. I suoi operatori hanno sentito le voci dei rifugiati, chiamando in Libia sui loro telefoni cellulari. Li hanno sentiti piangere probabilmente, hanno ascoltato con attenzione i loro racconti sussurrati per non farsi scoprire dai loro carcerieri. Quei telefoni, infatti, i profughi fuggiti dal Corno d’Africa (Somalia, Eritrea e Etiopia) li nascondono nelle celle sovraffollate di connazionali o nelle stanze strette di appartamenti in cui vengono nascosti dai trafficanti in attesa del momento buono per la partenza.

Le persone contattate in prigione si trovano in strutture fatiscenti e sovraffollate, spesso finanziate direttamente dall’Italia, come previsto nella legge Finanziaria 2005 a seguito degli accordi con Gheddafi, siglati dal governo Berlusconi e sostanzialmente confermati ad aprile, nel silenzio quasi generale dell’informazione italiana, dal ministro dell’Interno Rosanna Cancellieri con il nuovo governo di Tripoli. Eppure il 23 febbraio scorso, proprio per i respingimenti l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Ma evidentemente si è preferita la continuità di un meccanismo consolidato e ben rodato nella Libia del Colonnello Gheddafi e che il cambiamento di regime non ha scalfito. In Libia ci sono poco meno di 30 strutture, tra comuni prigioni e centri di detenzione, destinati ai migranti che tentano la traversata. Un pezzo ben nascosto di quegli accordi siglati in pompa magna e nel nome della sicurezza dell’Europa.

Le parole raccolte in questa indagine, però, vengono fuori con tutta la loro potenza, e fanno molto, molto rumore. Sono terribili, e ci raccontano cosa succede davvero, ogni giorno, nella nuova Libia post-rais. Sfruttamento, condizioni inumane, viaggi drammatici, detenzioni e deportazioni coatte sono ancora all’ordine del giorno.

“Mi hanno arrestato mentre camminavo in città a Benghazi – racconta Debesay, detenuto da più di due mesi nel carcere di Ganfuda – cercavo una barca insieme ad altri ragazzi per tentare di raggiungere l’Italia dove già è rifugiata mia madre”. Mesi difficili dove col passare del tempo si allontana ogni speranza. “Qui in carcere siamo veramente disperati, siamo frustrati, abbiamo provato a uscire in tutti i modi ma non ci siamo riusciti, neanche pagando le guardie”. Debesay è riuscito a far arrivare a un trafficante 400 dollari per corrompere i militari libici per la sua liberazione. Un pagamento anticipato senza alcuna garanzia “un tentativo fallito, sono ancora qui. Scappare non è possibile, se provi a evadere vieni punito, picchiato sotto le piante dei piedi, un dolore atroce”.

Magos, invece, ha 17 anni. “Sono da quattro-cinque giorni qui a Gandufa, si sopravvive tirando avanti giorno per giorno. La cosa più dura è non vedere un futuro, un’uscita da questo viaggio infinito. I pochi che escono dalle prigioni lo fanno per lavorare”. Alcuni prigionieri vengono scelti per lavorare da ricchi libici, che comprano i detenuti per poi usarli come forza lavoro a costo zero nelle proprie aziende o fattorie nel deserto. Questa uscita dal carcere, per trasformarsi da detenuti a schiavi è possibile solo per le persone con il passaporto, che viene sequestrato in modo da scongiurare la fuga del lavoratore comprato. “Tutti quelli che hanno il passaporto possono uscire, ma anche per questo ci vuole molta di fortuna – ci spiega Magos – noi eritrei siamo tutti senza passaporto, per noi non c’è soluzione, non c’è futuro. Sono bloccato qui, all’inferno”.

Nascosto in una stanza con diversi altri connazionali, Anwar è un giovane etiope dell’etnia Oromo, perseguitata nella propria terra. “Sono uscito dalla prigione di Ganfuda da quasi un mese, mi ha riscattato un libico che aveva bisogno di manodopera. Così poi pagando sono riuscito a continuare il viaggio verso il mare. Ora sto raccogliendo gli ultimi soldi per arrivare a Tripoli e imbarcarmi per l’Italia”. Nascosto in una casa sulla strada per Tripoli è in balìa del trafficante che dovrebbe condurlo alla costa e che irrompe più volte durante la telefonata con il mediatore della Fondazione IntegrA/Azione.

A gennaio Meron era rinchiuso nel carcere di Kufrah, sotto la supervisione dell’Unhcr. “A marzo la prigione è tornata sotto il controllo dei militari del nuovo governo libico e noi siamo tornati ad essere prigionieri – ci speiga Meron – ci costringevano ai lavori forzati pulendo carri armati ed armi”. Proprio da questi lavori forzati ha avuto inizio uno sciopero della fame e una manifestazione repressa duramente dai militari. “Da Kufrah ci hanno portato in aereo a Ganfuda dove sono rimasto quasi due mesi. Ora con un po’ di fortuna e molta fatica sono riuscito a uscire; lavoro in una fattoria di un padrone libico, nell’attesa di trovare il denaro sufficiente e il momento giusto per cercare di raggiungere mio fratello in Italia”.

“Sono stata in carcere a Ganfuda per due mesi – ci spiega la giovane Salua – la vita era molto difficile. Finalmente sono uscita, ora mi trovo a Tripoli nascosta in una casa”. L’appartamento è di un trafficante che sta organizzando la traversate del Mediterraneo. “Uscire dall’appartamento non è possibile, ci portano ogni giorno beni di prima necessità”. Così si passa il tempo nell’attesa delle giuste condizioni meteo per la partenza. “Vengo in Italia la prossima settimana, mi sto preparando”.

Probabilmente in questo momento Salua si sta imbarcando su una carretta del mare diretta in Italia. Tra poco, se riuscirà a sopravvivere, anche lei diverrà una tra i tanti, una rifugiata, un numero. Un’altra carta da bollo persa in un faldone polveroso

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