Schiavi a ore, la vita agra dei Sikh

Viaggio multimediale nei campi del litorale romano e dell’Agro Pontino. Migliaia di braccianti indiani lavorano per pochi euro: sfruttamento, violenze e caporalato. E un sindacato che cerca di far rispettare i loro diritti

di CARLO RUGGIERO e STEFANO IUCCI (pubblicato su rassegna.it l’11/06/2018)

Due braccia, una bicicletta e tanto sudore. E 12 ore: di lavoro duro – anzi durissimo – nei campi dell’Agro Pontino, provincia di Latina. I pomodori, le angurie, le zucchine, le pesche, le fragole le albicocche, la cicoria, gli spinaci che arrivano sulle nostre tavole iniziano il loro viaggio da queste mani che per pochi euro l’ora hanno lasciato le pianure del Punjab per tentare la sorte e sfidare la fame a pochi chilometri dalla capitale di quello che resta pur sempre uno dei paesi più ricchi del mondo. Ufficialmente sono 30.000 i Sikh che in provincia di Latina lavorano per la nostra “pacchia”, ma se ne stimano quasi il doppio.

Un popolo mite, riservato, che conduce una vita parallela a quella degli italiani, quasi invisibili, immersi nei campi da cui sembrano emergere appena nel tardo pomeriggio, mentre con le loro biciclette arrugginite se ne tornano a casa, stipati in condomini e comprensori pensati in origine per le nostre villeggiature e diventate ora tante piccole Indie. La gente del posto ti racconta che, tutto sommato, qui si trovano a loro agio; il paesaggio è familiare, piatto ma dolce, sinuoso, come quello della loro terra d’origine. Non fosse altro che per il mare: è la prima cosa che vogliono fare, quando arrivano, andare a vedere il mare. Restano esterrefatti: quasi nessuno di loro lo ha mai visto. È una piccola gita, niente più. Poi non c’è più tempo: i ritmi di lavoro sono impressionanti.

Il viaggio tra i campi del Lazio

Nei periodi delle raccolte (anche se ormai con le serre si lavora tutto l’anno) la manodopera serve in tempo reale ed è questo che fa la forza dei caporali, che qui sono indiani: in mancanza di un collocamento agricolo solo il caporale che conosce il territorio, le aziende, i lavoratori e parla la loro lingua è capace di mettere insieme in poche ore una squadra e di farla trovare al campo. Il caporale è etnico: e proprio per questo non è sempre facilmente riconoscibile. È una sorta di mediatore culturale; spiega come funziona una busta paga, quante giornate di lavoro servono per poter poi incassare l’assegno di disoccupazione e mantenere il permesso di soggiorno: un regalo, quest’ultimo, della legge Bossi-Fini, di cui troppo presto ci siamo dimenticati e “grazie” alla quale se perdi il contratto di lavoro diventi clandestino e così sei sempre più debole, debole e ricattabile, pronto ad accettare buste paga in cui le ore conteggiate sono la metà di quelle che hai regolarmente svolto, perché o così o niente. E poi, se vuoi fare il ricongiungimento familiare ti serve la residenza e via altre mediazioni, altri faccendieri che brigano per trovarti un alloggio. Al centro di questi movimenti, intrighi e illegalità ci sono sempre loro, i Sikh, con la frutta e la verdura che arriva sulle nostre tavole, e in fondo anche noi che poco sappiamo di queste storie.

La busta paga di un bracciante: meno giornate di lavoro rispetto a quelle realmente effettuate e nessun conteggio degli straordinari

PIU’ GRIGIO CHE NERO

C’è nell’Agro Pontino – ma non solo ovviamente – una vera e propria filiera delle braccia umana. Una filiera che comincia dall’India, dove le teste di ponte dei caporali trovano uomini che hanno bisogno di lavorare e li portano in Italia. Detta così sembra facile, ma non lo è. L’Italia ha una legislazione che, nonostante le parole di segno opposto, sembra infatti costruita proprio per favorire la clandestinità.

E non è un caso che in 25 anni ci siano state 8 sanatorie e che un terzo dei regolari di oggi siano stati un tempo irregolari. Di fatto l’unico modo per entrare regolarmente oggi nel nostro paese è quello previsto dal decreto flussi.

In Italia per uno straniero è quasi impossibile entrare come regolare

Per il 2018 sono previsti 4.750 permessi di soggiorno per lavoro stagionale, 2.400 per lavoro autonomo e 3.500 conversioni di altri permessi. Ma la procedura è assurda: il datore di lavoro deve fare richiesta nominativa per un lavoratore che però non dovrebbe essere già qui.

La realtà è un’altra. “Generalmente i ‘nostri’ Sikh arrivano in aereo quasi sempre con visti turistici e iniziano a lavorare in nero. Una volta scaduto il permesso, il datore di lavoro fa una richiesta di nulla osta per lavoro stagionale, lo consegna al lavoratore e questi se ne torna India dove, in ambasciata, ottiene il visto grazie al quale torna in Italia da regolare”, ci racconta Hardeep Kaur, funzionaria della della Flai Cgil Frosinone e Latina. Naturalmente tutto questo non è gratis: anche in questo caso gravitano intorno ai lavoratori faccendieri che “facilitano” questi passaggi; spesso è lo stesso datore di lavoro con i suoi consulenti che si fa carico di queste procedure, ovviamente facendosi pagare, magari in giornate lavorative.

UN SINDACATO DI STRADA

Siamo stati due giorni in giro per i campi e per le sedi della Flai Cgil che con un ardito e faticoso esperimento di sindacato di strada prova a intercettare bisogni e difficoltà di questi braccianti.

Non è facile rivendicare diritti. I lavoratori vivono sotto ricatto

È una sfida sindacale di grande interesse. Si potrebbe dire che qui il sindacato sperimenta se stesso, si mette alla prova per affrontare questioni, ambiti e spazi del lavoro che cambiano in tutti i comparti. Nel settore dello sfruttamento agricolo, infatti, si trovano al massimo livello caratteristiche che ormai si riscontrano sempre più spesso: lavoratori dispersi sul territorio e facilmente ricattabili perché estremamente deboli. Le organizzazioni dei lavoratori, dunque, non possono più soltanto attendere i lavoratori nelle loro sedi, ma devono andarli a cercare, renderli consapevoli dei propri diritti che spesso neanche loro conoscono: è questa la funzione del furgone della Flai che gira per le strade della provincia e offre servizi, tutele, sensibilizza sui diritti. “Abbiamo iniziato nel 2016, all’epoca delle vertenze che stavano nascendo nelle campagne e che hanno portato al grande sciopero di aprile, quando 2.000 braccianti indiani hanno invaso piazza della Libertà per rivendicare i loro diritti”, ricorda Stefano Morea, segretario organizzativo della Flai Frosinone e Latina.

Gli operatori ci raccontano che spesso i braccianti neanche sanno che i contributi sono a carico delle aziende (e infatti spesso se li pagano loro) e neanche è sempre facile convincerli che in busta paga devono essere conteggiate tutte le ore effettivamente pagate: tra ore regolari, ore pagate al nero e disoccupazione agricola alla fine sopravvivono e questo spesso basta. Esistono casi che ben descrivono il contesto di illegalità e confusione utilizzata per ingannare ragazzi che non sanno nulla delle nostre leggi e spesso capiscono a malapena l’italiano. Con situazioni limite. Nei mesi scorsi, ad esempio, il sindacato ha intercettato un bracciante che – avendo firmato quello che credeva un contratto di lavoro – si è ritrovato amministratore unico dell’azienda in cui lavorava.

Nella sede della Camera del lavoro di Latina

E poi c’è la paura, anzi il terrore di perdere il posto che dissuade da intraprendere azioni legali contro i proprietari e detta la necessaria cautela anche a quei sindacalisti che, in questo contesto, cercano di convincerli a farsi valere esponendosi però a dei rischi.

Lungo la Litoranea: dalla Camera del lavoro di Latina a Bella Farnia

LO SCIOPERO DEL 2016 

Il 18 aprile 2016, per la prima volta, duemila braccianti Sikh sfruttati nei campi hanno deciso lo sciopero. Quel giorno i lavoratori invisibili dell’Agro Pontino hanno sospeso il lavoro, preso striscioni, bandiere e invaso il centro di Latina. Sotto le insegne della Flai Cgil, insieme all’associazione «In migrazione», hanno sfilato in piazza della Libertà per rivendicare i loro diritti. Tra le richieste, l’aumento delle paghe, l’abolizione delle condizioni da schiavitù, del caporalato, e di tutta la liturgia dello sfruttamento agricolo che parte dalla grande distribuzione e arriva fino ai lavoratori, nel Lazio come in altre regioni. I braccianti hanno anche richiesto l’attivazione della task force già costituita presso la prefettura di Latina affinché le istituzioni e la Direzione territoriale del lavoro intensificassero gli sforzi nel controllare le aziende che non rispettavano leggi e contratti. Quel giorno in piazza c’erano giornalisti e telecamere, e la notizia venne ripresa da tutti i quotidiani e dalle televisioni nazionali. Poi, nei giorni successivi, gli scioperi hanno continuato, in sordina, all’interno di decine di aziende.  

Latina, 18 aprile 2016. Duemila braccianti Sikh protestano in piazza (Foto di Alessandra Valentini)

BELLA FARNIA, IL GHETTO DEI SIKH

Se vai su Google e digiti “Bella Farnia”, ai primi posti della pagina dei risultati trovi un noto sito di intermediazione immobiliare che propone 367 case in vendita. Il mercato delle case, in Italia, a saperlo leggere, dice tante cose. In queste zone, ad esempio, negli anni 70, sorsero villette e comprensori destinati ai romani: seconde case non lontane dalle belle spiagge del Circeo e di Sabaudia. Poi la crisi e pian piano sono arrivati gli indiani: le villette sono rimaste agli italiani, mentre nei comprensori come Bella Farnia vivono i braccianti in affitto e subaffitto, con conseguente svalutazione dei valori di mercato. Una sistemazione comoda a distanza di bicicletta dai campi nei dintorni, a 150 euro al mese a persona. Da lontano non te ne accorgi di questa mutazione “etnica”, dalla strada ti sembra di aver incrociato il solito dormitorio per turisti, ma quando ti avvicini, gli occhi zoomano sulle cassette postali dove dominano incontrastati i Singh, il cognome di tutti i Sikh maschi, mentre le donne si chiamano Kaur e leggi che una delle strade principali – per una sorta di assurda premonizione toponomastica – si chiama via India.

Bella Farnia, Sabaudia

A Bella Farnia vivono solo indiani, forse qualche rumeno, ma pochissimi. È un’enclave in fondo accogliente, soprattutto all’ora del tramonto quando i braccianti tornano dai campi, sporchi e sudati e il sole è ormai tiepido. Con la dignità e l’eleganza tipica degli orientali, rifiutano anche due semplici chiacchiere se prima non si sono fatti una doccia: “Sono sporco, puzzo”, ci dice un ragazzo con un sorriso timido. Sono abituati a queste invasioni pacifiche, a visitare questo posto vengono non solo giornalisti, ma anche ricercatori che studiano i fenomeni migratori e le diverse forme di stanzialità che assumono. Una bambina ci ripete per gioco la tabellina del 2: parla perfettamente italiano, è nata qui, ed è un crudele paradosso che a una persona nata a contatto così stretto con la terra, da un padre che suda su questa terra tanto da farla sua, non sia italiana, e non veda riconosciuto, appunto, il suo sacrosanto ius soli.

Bella Farnia, Sabaudia 

Quasi solo indiani, quindi. Piccole guerre non cruente tra poveri: gli africani non li amano i sikh di Bella Farnia. Il colore della pelle – c’è sempre qualcuno più scuro o più chiaro di noi – stavolta non c’entra. Molti di loro hanno cominciato a lavorare in questi campi e, rispetto ai Sikh, hanno un vantaggio competitivo: sono i richiedenti asilo ospitati in molte strutture sorte nella zona e non hanno bisogno di un seppur minimo numero di giornate lavorative regolari per i motivi che abbiamo spiegato sopra e dunque costano ancora meno, anche 2 o 3 euro l’ora.

LA STORIA DI DEEPAK 

Deepak (il nome è di fantasia) vive a Bella Farnia, in un bilocale di poco più di trenta metri quadri con altri 6 connazionali. Tutti braccianti. È in Italia da parecchio tempo, ma tra i vicoli del ghetto dei Sikh è arrivato tardi, solo un anno e mezzo fa. Prima stava a Pontinia, e faceva lo stesso lavoro, la stessa vita. Poi, insieme a un’altra decina di connazionali ha deciso di ribellarsi e di denunciare il “padrone”. I dirigenti dell’azienda agricola in cui lavorava ora sono accusati di caporalato e di riduzione in schiavitù. Alcuni braccianti erano costretti a dormire nei campi, in un container piazzato dentro una serra, una delle centinaia di serre allineate che si vedono scorrere oltre i finestrini dell’auto mentre si percorre la litoranea. D’estate il caldo era insopportabile, d’inverno il freddo sbriciolava le ossa. Deepak non era uno di loro. Lui non era ridotto in schiavitù, dormiva in una vecchia casa fatiscente di Pontinia, proprio come quelle di Bella Farnia. Però era sfruttato come gli altri, allora ha deciso di farsi avanti. E per questo se n’è dovuto andare.

“Dopo la denuncia nessuno mi ha più dato lavoro”

Nella zona s’era sparsa la voce che era uno che “creava problemi”, e non trovava più uno straccio di lavoro. Come confermano i funzionari della Flai che seguono la sua vicenda, anche nella comunità Sikh ormai “non era più visto di buon occhio”. A un anno e mezzo dalla sua denuncia, però, non è ancora successo niente. Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Non c’è stata nemmeno un’udienza, solo una richiesta d’arresto. D’altronde al Foro competente, quello di Latina, c’è un solo giudice del lavoro.

“Faccio il bracciante nei campi qui intorno”, dice Deepak da sotto la visiera di un berretto da baseball. È appena tornato a casa. S’è lavato via il sudore e la polvere, poi è uscito per parlare coi sindacalisti della Flai. La prima cosa che chiede è se si sa qualcosa del processo. No, non si sa ancora nulla. “Abbiamo denunciato il padrone di Pontinia da tanto tempo, ma ancora non ci sono notizie”, racconta. E il padrone quando è stato denunciato ha mandato via tutti: “Nessuno ti tiene dopo una cosa del genere”. A Bella Farnia, però, non va molto meglio.

“Pure qui il problema principale è il salario. Abbiamo anche fatto uno sciopero, ma siamo ancora intorno ai 4 euro e 50 l’ora. Lavoriamo nove o dieci ore al giorno. Iniziamo la mattina alle 6 e finiamo il pomeriggio intorno alle 18. Abbiamo un’ora o un’ora e mezzo di pausa quando fa troppo caldo. Però, a volte, il padrone ci dice che è troppo e che possiamo riposarci solo mezz’ora”. Alla domanda su come vede il suo futuro, Deepak decide di rispondere a nome di tutti: “È ovvio che vogliamo tornare in India. Siamo venuti qua perché lì non stiamo bene, non per scelta”. Probabilmente, però, questo sarà il suo ultimo anno in Italia: “Tra sei mesi penso che tornerò a casa per sempre. La chiudo qui, questa esperienza”. Perché? “Perché sono ormai dieci anni che sono in Italia. Dieci anni a sperare che la mia vita migliori in qualche modo. Però non cambia mai niente”.

MACCARESE, CAPORALATO CAPITALE

Se ci si sposta a Maccarese e nella provincia di Roma, la situazione non cambia. Sono sempre loro, i Sikh, a lavorare nei campi e a raccogliere la nostra frutta e la nostra verdura. La retribuzione è forse un po’ più alta rispetto a Sabaudia (mediamente 4,5 euro l’ora, anziché 3,5), ma la fatica e la mancanza di diritti rimane la stessa. Proprio nel borgo di Maccarese, nella Casa della partecipazione messa a disposizione dal Comune di Fiumicino, la Flai ha aperto un punto di ascolto, dove i lavoratori vengono per chiedere servizi o denunciare soprusi.

Alcune delle storie che vengono intercettate sono terribili. Proprio grazie alla legge 199 è partita una denuncia penale per il caso di un lavoratore impiegato in un maneggio dove viveva con moglie e due figlie: 12 ore al giorno per poco più di 2 euro l’ora. Questo lavoratore è stato licenziato in tronco solo per aver chiesto una pausa pranzo un po’ più lunga: tornato a “casa” dopo aver portato la figlia a fare una vaccinazione, si è trovato la porta chiusa con un nuovo lucchetto. Sindacato e avvocato, addirittura, sono dovuti intervenire per permettergli di recuperare le proprie cose. Poi c’è il caso della lavoratrice rumena che lavorava in un canile: di fatto sequestrata in azienda, con documenti e cellulari requisiti e seguita dagli scagnozzi del padrone quando ogni tanto usciva per andare a trovare il marito.

La lavoratrice sequestrata e pedinata, il bracciante pestato a sangue

Anche in questo caso la denuncia penale è stata depositata. Ma non sempre i lavoratori se la sentono: in un’azienda agricola e zootecnica al Divino Amore un lavoratore, di fatto mai pagato, costretto in una stanza fatiscente con buchi alle pareti, viene ferito da un toro. Si rivolge al sindacato per sporgere denuncia ma, quando ritorna, viene convocato dai padroni e pestato a sangue. Il padre, che lavora nella stessa azienda, lo convince però a non andare avanti perché teme ritorsioni. “I casi che abbiamo riscontrato sono moltissimi su questo territorio, ma arrivare alla denuncia è un grosso problema – conferma Sara Taranto della Flai Cgil Roma Centro Ovest Litoranea – perché i braccianti hanno molta paura”.

UNA LEGGE DA APPLICARE

Questo viaggio-racconto di Rassegna Sindacale non poteva non finire nel segno della legge 199 del 2016. Una grande conquista fortemente voluta dai sindacati – la legge contro il caporalato e il grave sfruttamento lavorativo – con tante novità importanti, a partire dalla responsabilità penale dell’azienda che utilizza caporali per il reperimento di manodopera. Le nuove norme individuano come indice di sfruttamento “la corresponsione ripetuta di retribuzioni difformi dai contratti collettivi e la violazione delle norme sull’orario di lavoro e sui periodi di riposo”. Gli altri parametri di cui tener conto, secondo la 199, sono le violazioni delle regole per la sicurezza nei luoghi di lavoro, la sottoposizione a metodi di sorveglianza e anche le situazioni in cui i lavoratori sfruttati vengono alloggiati. Insomma: proprio le condizioni e le restrizioni a cui i Sikh che abbiamo incontrato sono costretti a sottostare e dunque uno strumento su cui far leva per le battaglie sindacali, non foss’altro per la sua funzione dissuasoria, visto che il penale spaventa molte aziende.

La 199 si scontra con i ritardi della giustizia italiana

Tutto questo però fatalmente si scontra con i tempi lunghissimi della giustizia italiana e con il numero irrisorio di ispezioni e controlli delle forze dell’ordine. Gli operatori ti raccontano tutti la stessa cosa: “Un lavoratore rischia molto nel denunciare soprusi e caporali. E quando lo fa magari perde il lavoro e ha difficoltà a trovarne un altro, se si sparge la voce che è un ‘piantagrane’. Intanto il processo non si sa neanche quando parte e magari a quel punto lui si è spostato, in Italia, o è addirittura tornato in India”.

La Casa della partecipazione di Maccarese

La legge però non si occupa solo dell’aspetto repressivo che, pur tra queste difficoltà, qualche risultato lo ha ottenuto (vedi i recenti arresti a Ragusa). Nella seconda parte, infatti, sono contenute disposizioni importanti che hanno l’obiettivo di prevenire il caporalato. “Ed è qui – spiega Ivana Galli, segretario generale della Flai Cgil – che la legge sconta dei ritardi. La norma prevede luoghi pubblici sul territorio in cui far incontrare domanda e offerta di lavoro: un collocamento pubblico rapido ed efficiente a cui le aziende possono rivolgersi quando hanno bisogno in tempi celeri di manodopera. Se al collocamento aggiungiamo l’organizzazione del trasporto, per far arrivare velocemente i braccianti nei campi, abbiamo risolto i due nodi su cui il caporalato lucra. Ci sono sperimentazioni interessanti in questo senso a Brindisi e Foggia, ma noi siamo impegnati per estenderle su tutto il territorio nazionale”.

Ma non è facile e le resistenze sono tante: intorno a caporali, faccendieri e consulenti girano tanti soldi. In fondo alla filiera rimangono loro, i Sikh: con le tasche bucate e le biciclette arrugginite.

 

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