Matera, quelle mani che parlano di inclusione

Questa è la quinta tappa di un viaggio, che ci auguriamo non breve, tra storie di inclusione, resistenza e disobbedienza civile. Storie di persone, istituzioni, associazioni e sindacati che compongono un’Italia diversa. Perché a fare da contrappeso al razzismo strisciante che trapela dalla comunicazione e dagli atti istituzionali del governo giallo-verde non c’è solo l’accoglienza stroncata a Riace. C’è anche un’Italia che resiste, giorno dopo giorno, all’odio contro i migranti riversato sui social network da migliaia di account, veri o falsi che siano. Un’Italia che dice no. Un pezzo di Paese che spesso non ha voce, che non trova quasi mai spazio nei talk show televisivi, nei “trend topics”, o sulle prime pagine dei quotidiani. Eppure c’è, e si dà da fare. Sempre nel rispetto dei princìpi della Costituzione.
Prima tappa: Saluzzo​ | Seconda tappa: Catania
Terza tappa: Ventimiglia | Quarta tappa: Ferrara

Ogni anno, da diversi secoli a questa parte, all’alba del 2 luglio Matera si risveglia col boato dei fuochi d’artificio che accompagnano il carro trionfale della Madonna della Bruna. Una macchina di legno e cartapesta, scortata da cavalieri e cavalli bardati di fiori e velluto, avanza lenta tra i quartieri antichi di tufo, per poi spuntare in quelli più moderni, tirati su coi mattoni e col cemento. Sopra, ondeggia imperturbabile la statua della patrona, trascinata in processione lungo le strade gremite sin dal primo mattino. Solo in serata arriverà in piazza del Duomo dove il carro, frutto di un lavoro artigianale durato mesi, verrà letteralmente assalito e “strazzato”, cioè fatto a pezzi da una folla elettrizzata. Una nuova macchina sarà progettata e ricostruita per l’anno successivo, come tradizione vuole. Succede ormai da 630 anni, sempre tra queste pietre, sempre nello stesso modo. L’onore e l’onere di fabbricare il carro se lo tramandano da generazioni gli artigiani materani, riuniti fin dal 1615 nella Congregazione degli artieri. Secondo i documenti custoditi negli archivi dell’Arcidiocesi, l’ossatura della prima macchina fu montata dal falegname Leonardo Traietto, mentre le decorazioni erano opera di tale Leonardo Angelino. Quest’anno, il 2019 di Matera capitale europea della cultura, invece, a lavorare alle statue di cartapesta che decoreranno il Carro della Bruna c’è anche Kingsley Ogbebor, rifugiato dalla Nigeria. Mentre a intrecciare i tradizionali fiori di stoffa ci sono un gruppo di signore lucane un po’ attempate insieme a una manciata di ragazzi africani, tutti sotto la guida esperta di Ibrahim Savane, sarto di Abidjian, Costa d’Avorio.

Foto di Marco Merlini 

Le storie di Kingsley e di Ibrahim sono forse il risultato più eclatante della Silent Academy, un progetto ideato all’interno delle iniziative organizzate per Matera 2019. Lo ha messo in piedi la cooperativa Il Sicomoro, che da anni si occupa di accoglienza di minori stranieri non accompagnati e di assistenza a profughi e richiedenti asilo sul territorio lucano. L’accademia, si legge sul sito della cooperativa, “nasce con l’obiettivo di ridare voce alle competenze dei migranti, silenziate dai sistemi di accoglienza standardizzati che spesso azzerano le storie professionali e accademiche maturate nei paesi di origine”.

MAESTRI, ARTIGIANI, MIGRANTI
È così che è nato questo laboratorio di sartoria. Sta oltre una porticina che s’apre a due passi dal centro storico. Fuori, i turisti sciamano in gruppi compatti nonostante il tempo incerto. I loro passi sul selciato si perdono tra il fruscio dei k-way, il vociare delle guide e i richiami dei venditori di ombrelli. Oltre una balaustra c’è lo straordinario spettacolo dei Sassi, che oggi solo di tanto in tanto viene omaggiato dalla carezza di un raggio di sole. Dentro, la luce dei neon scende fredda dall’alto soffitto a volta, e non rende giustizia ai colori allegri degli abiti che fanno bella mostra di sé sui manichini. Intorno a un tavolaccio di legno stracolmo di rocchetti di filo, forbici, bottoni e scampoli di stoffa, ci sono le postazioni per le macchine da cucire. Due ragazzi, neri e giovanissimi, le fanno ticchettare senza sosta. Savane invece è in fondo, in piedi, esamina con attenzione un drappo bianco. Ha 28 anni e lo sguardo mobile di chi pare ancora in fuga. Le sue lunghe dita da pianista prendono a sgusciare svelte tra forbici e tessuti.

“A Matera una brava signora mi ha regalato una macchina da cucire, ho provato a rifare il mio lavoro”

Ad Abidjan già da giovanissimo aveva un suo piccolo atelier. Confezionava abiti da cerimonia per i politici e per l’alta borghesia locale. La guerra civile che ha spezzato in due il suo Paese, però, gli è cascata tra capo e collo come un macigno. I membri dei partiti d’opposizione hanno iniziato a essere perseguitati da quelli della maggioranza, e nella lista nera del governo, chissà come, è finito anche il suo nome. Savane, a quel punto, non ha potuto far altro che lasciare tutto e fuggire il più lontano possibile. “È stato un lungo viaggio. Sono arrivato in Libia e da lì in barcone in Sicilia, come tanti altri – ci racconta –. Poi ho preso un treno fino a Ferrandina Scalo, dopo sono arrivato a Matera, dove una brava signora mi ha regalato una macchina per cucire. Allora ho provato a ricominciare a fare il mio lavoro”. Oggi, a distanza di qualche anno, è qui, a disegnare, tagliare e imbastire abiti. Di nuovo.


Nel laboratorio di sartoria

A un paio di chilometri di distanza, in una zona più periferica di Matera, c’è il grande capannone che ospita la Fabbrica del carro della Bruna. È un luogo sacro per tutti i materani. Dentro, sotto gli altissimi soffitti, un pugno di artigiani sta allestendo la macchina che il 2 luglio trasporterà la Madonna lungo le vie della città. C’è ancora molto lavoro da fare. Lo testimoniano le grandi statue di cartapesta che sbucano a decine da ogni angolo: cristi, putti, angeli e santi, spesso solo abbozzati. Quando entriamo stanno tirando su un grosso angelo fasciato di viola, con tanto d’ali e tromba del giudizio. Cercano il modo migliore per fissarlo all’enorme macchina, che da sola occupa quasi per intero il molto spazio a disposizione. Per tradizione, il Carro non si può fotografare o filmare. La sua apparizione, il 2 luglio, dev’essere una rivelazione per tutti. Kingsley sta in una saletta laterale. Ha un’espressione assorta e la fronte imperlata di sudore, mentre scartavetra con foga la barba di un santo. È arrivato a Matera tre anni fa con due figli piccoli. Ora sono a scuola. Ci dicono che sono perfettamente integrati e parlano un italiano impeccabile. Lui un po’ meno. S’è presentato in Italia come esperto di medicina tradizionale nigeriana, e il suo viaggio verso le coste della Sicilia resta ancora avvolto nel mistero.

“Kingsley ci dà ritmo con uno strano rap nigeriano che mette a tutto spiano”

Dopo un paio di esperienze lavorative non proprio esaltanti, s’è ritrovato qui. Ha una faccia simpatica e un sorriso contagioso. Nella Fabbrica del Carro pare aver finalmente trovato una sua dimensione. Il lavoro che fa gli piace molto, sembra davvero contento. Ce lo confermano i maestri cartapestai, mentre lui esegue diligente ogni direttiva. “È stata una sorpresa per tutti. Kingsley s’è dimostrato subito un gran lavoratore e sta imparando il mestiere in fretta. Averlo tra noi è una splendida esperienza”, dice, non senza una certa soddisfazione stampata sul volto, Michele Pentasugliail maestro artigiano più anziano, quello che dirige le operazioni. “In tutti questi mesi di lavoro ci ha anche dato ritmo con la sua musica, uno strano rap nigeriano che mette sempre a tutto spiano – continua ridendo suo figlio Raffaele –. E poi è il più veloce scartavetratore che abbia mai visto”.


Un nigeriano nella Fabbrica del Carro

A CACCIA DI TALENTI 
Il percorso che ha portato due migranti africani a lavorare al tradizionale Carro della Bruna di Matera, in realtà, è iniziato ben prima del 2019. “Abbiamo cominciato a cercare dei talenti tra i nostri ospiti all’inizio dello scorso anno – ci racconta il presidente de Il Sicomoro Michele Plati –. Per creare la Silent Academy cercavamo maestri migranti, portatori di competenze e professionalità acquisite nei paesi di origine. Lo abbiamo fatto insieme ad Arci, Fondazione Città della Pace e Associazione Tolbà che qui, come noi, gestiscono progetti di accoglienza”. Sono state quindi passate al setaccio le competenze di oltre 300 ospiti nei centri di tutta la regione. E così, tra gli altri, sono stati scovati i profili di Savane e Kingsley. “L’idea diffusa tra noi italiani – spiega Plati – è che il migrante sia una persona da completare. Chi arriva viene subito incasellato, oppure riempito di contenuti. Noi invece pensiamo che il migrante sia anche portatore di conoscenze e di prospettive. Abbiamo quindi deciso di mettere a regime queste qualità con i nostri laboratori”. Lo straniero, insomma, qui “non è necessariamente un oggetto da formare, ma può essere anche un soggetto formatore”.

Foto di Marco Merlini 

“In genere, quando qualcuno sbarca in Italia, la prima domanda che gli viene posta è: che lavoro hai fatto finora? -– conferma Stefania Dubla, curatrice del progetto –. Mentre le nostre domande sono state: cosa vuoi fare? che desiderio ti porti dentro? Così ci siamo accorti che emergevano soprattutto competenze e conoscenze legate all’artigianato”. I primi laboratori sono quindi iniziati in 4 comuni della zona, perché la Silent Academy è “una scuola diffusa” tra Matera, Rionero in Vulture (dove l’anno scorso è stata aperta una scuola di falegnameria), Nova Siri e San Chirico Raparo. Qui ci sono due comunità per minori stranieri non accompagnati, quindi sono stati organizzati dei laboratori per bambini. “In questo caso abbiamo pensato che il talento da valorizzare fosse l’immaginazione – continua Dubla –. Così abbiamo fatto immaginare ai bambini, sia migranti che italiani, una realtà migliore di quella che vivono tutti i giorni. E abbiamo dato vita a un processo di riappropriazione dei luoghi attraverso progetti di street art”.

Il seme piantato in terra lucana dalla Silent Academy, però, è sbocciato soprattutto in questo strano 2019, con il laboratorio di sartoria. Inaugurato a Matera il 21 gennaio, fino all’8 marzo ha registrato ben 230 presenze di cittadini italiani. “Molte persone, soprattutto signore di una certa età, dopo i primi incontri hanno deciso di continuare questa esperienza. Hanno messo a disposizione il loro tempo e le loro capacità. E tutto ciò ha permesso che riprendesse vita una competenza sartoriale che è tipica del nostro territorio, e che fino a qualche anno fa creava molto lavoro in città – ci spiega Chiara Godani, responsabile per ‘Il Sicomoro’ del laboratorio di cucito –. Alcune sarte che avevano smesso di fare questo mestiere si sono sentite chiamate in causa e sono state coinvolte in questo percorso. Ora danno il loro grande contributo, creando un clima estremamente positivo”.

“La sartoria, una competenza tipica del nostro territorio, ha ripreso vita”

Tanto positivo che è nata anche un’associazione di cucito composta da coloro che si sono incontrati e conosciuti proprio in queste stanze: “È totalmente autonoma rispetto al nostro progetto. Da dinamiche di scambio come queste possono nascere relazioni personali, che sono poi la base per la creazione di un nuovo tessuto sociale”.

ICONE, MANTI E PELLE NERA 

Un tessuto che si spera possa divenire robusto come quello che Savane adesso sta cucendo insieme alle emergency blanket, le coperte isotermiche dorate in cui vengono avvolti i migranti appena sbarcati sulle coste italiane. Che qualcosa di diverso stava accadendo, in effetti, ai materani dev’essere stato chiaro sin dal giorno della cerimonia inaugurale di Matera 2019. Era un freddo pomeriggio di metà gennaio, quando una decina di ragazze africane ha sfilato per le strade della città indossando degli abiti confezionati con queste coperte di emergenza. Quel defilé è stato il primo esito dell’accademia.

Un abito ‘emergency blanket’ – foto di Pietro Micucci

Qualche mese dopo, il 20 marzo, nelle sale del museo Mata è andata in scena “Sotto lo stesso manto”, un’azione scenica arricchita dagli abiti firmati dallo stilista Eloi Sessou, maestro di Savane emigrato in Francia, e usciti proprio dalle macchine da cucire del laboratorio della Silent Academy. A ispirare l’evento, anche qui una Vergine: la Madonna del Gonfalone, ennesima icona materana protettrice degli ultimi, accolti con amorevolezza sotto il suo manto. “La coperta isotermica rappresenta il momento in cui il migrante è stato accolto per la prima volta, in cui ha trovato qualcuno che l’ha difeso, che se n’è preso cura – racconta ancora Michele Plati –. Quindi abbiamo pensato alla ‘Madonna col manto’, un antico quadro che era stato abbandonato in uno scantinato della Soprintendenza e che abbiamo recuperato, reinventandolo però in chiave attuale”.

Presentazione della Madonna col manto – foto di Luigi Porzia

La Madonna col manto, in quell’occasione, è stata interpretata da una ragazza dalla pelle nera, proprio come quella della protettrice di Matera. “Il fatto che la Madonna della Bruna fosse nera, in realtà, era stato rimosso – ci spiega Luca Iacovone, operatore della cooperativa e dell’accademia –. In città ce n’eravamo scordati, perché la statua che viene esposta è bianca. Se ne è cominciato a parlare quest’anno con la Silent Academy, però, e anche grazie al vescovo che ha svelato un’antica icona di cui s’era persa memoria: l’immagine di una donna e di un bambino di colore”. Proprio come la Madonna di Viggiano, “patrona e regina di tutte le genti lucane”.

CON LA CULTURA SI PUO’ MANGIARE
Una chiave di lettura nuova, dunque, che a queste latitudini appare non più rinviabile anche per quanto riguarda l’economia, il mondo del lavoro e l’intero tessuto sociale. Secondo i dati forniti dalla Regione Basilicata, nel 2018 a Matera vivevano circa 60 mila persone. I migranti ufficialmente residenti in città erano 3.200, ma se ne stimava una popolazione complessiva di oltre 5 mila. Nell’intera regione su 570 mila abitanti, 24 mila erano stranieri. Molti di loro, però, vivono ancora intrappolati nella rete del lavoro sommerso, soprattutto in agricoltura, nel Metapontino. Anche per questo l’esperienza dei maestri migranti può rivelarsi un esempio virtuoso, “un modello di integrazione che ci dice come Matera capitale della cultura possa davvero rappresentare un’occasione da non perdere per il nostro territorio”, ci dice Eustachio Nicoletti, segretario generale della Cgil Matera.

“Attraverso l’artigianato si fa inclusione nella sua forma più alta”

“La contaminazione e l’integrazione attraverso l’artigianato possono produrre inclusione nella forma più alta”. Anche perché “l’artigianato, così come tutta la produzione culturale, in questi anni ha pagato caro il prezzo della crisi, e va assolutamente recuperato”. Il tutto in una regione che, secondo i più recenti dati Eurostat, rappresenta il fanalino di coda europeo per la crescita dell’occupazione, mentre addirittura un terzo dei giovani lucani risultano neet, cioè non studiano, né sono coinvolti in percorsi lavorativi o di formazione. “Anche per questo la cultura – continua Nicoletti – può e deve diventare un volano sia per noi sia l’intero Sud. Perché con la cultura si può mangiare. Ma solo se la cultura diventa organizzazione, programmazione e costruzione di filiera con altri settori”.

MANI CHE PARLANO DI FUTURO
Chi sta lavorando nel laboratorio di sartoria o al Carro delle Bruna forse a tutto questo non pensa. Eppure la sensazione che si respira è davvero quella che qui stia nascendo qualcosa di nuovo. Alla Silent Academy stanno cominciando ad arrivare diverse nuove commesse da associazioni e aziende sparse nel territorio lucano. Mentre da alcune imprese del distretto del salotto materano, che ha vissuto momenti di enorme difficoltà durante la crisi, giungono in donazione scarti di lavorazione che qui si trasformano in nuove creazioni sartoriali. “L’obiettivo è che i migranti che ora portano avanti il laboratorio possano rendersi sempre più autonomi nella sua gestione – ci spiega ancora Luca Iacovone –. E poi il nostro progetto è stato selezionato da Ashoka, la più grande rete al mondo di imprenditori sociali per l’innovazione sociale, tra le otto idee più innovative in Europa nel settore delle migrazioni. Con loro stiamo lavorando per capire come creare una sostenibilità economica dopo la fine di Matera 2019, e stiamo anche cercando di capire come esportare questa esperienza in altre regioni e magari in altri paesi d’Europa”.

Foto di Marco Merlini 

Intanto nel laboratorio di sartoria Savane continua a cucire fiori con gli scampoli delle emergency blanket, mentre Kingsley non la smette di levigare in silenzio i volti di santi e angeli di cartapesta. Le loro mani si muovono agili insieme ad altre mani, quelle dei loro compagni di lavoro materani. “Il linguaggio lento e antico delle mani è uno strumento di inclusione e comunicazione eccezionale – ci dice ancora Stefania Dubla –. La lingua è sicuramente un mezzo fondamentale per comprendersi, ma non è, e assolutamente non deve essere, l’unico. Perché il lavoro è universale. Tutto dipende da come le mani sanno muoversi. E questo ci proietta in un mondo in cui non ci sono più confini. Per questo nella comunicazione non verbale scatta un meccanismo quasi magico di comprensione immediata, una comprensione più diretta, più emotiva. Con la Silent Academy abbiamo gettato questo seme”. Ora l’albero deve crescere da solo.

ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SU RASSEGNA.IT

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