Il treno era in orario, Heinrich Böll

Una tradotta militare attraversa lenta il confine tra Germania e Polonia. Fuori un panorama sterminato, monotono e piatto. Dentro, giovani soldati tedeschi ammassati come sacchi di patate, tra puzza di sudore, fumo di trinciato stantio e aliti rancidi di acquavite e carne in scatola. La morte li bracca come un segugio. Li tallona silenziosa, non li perde mai di vista. E questo Andreas lo sa. Perché se la sente addosso, appiccicata alla pelle come i pantaloni della sua divisa tutta inzaccherata di fango. La seconda guerra mondiale Heinrich Böll la racconta così, attraverso gli occhi spaesati e il dolore insanabile di un ventiquattrenne cattolico fermamente convinto di dover morire nel giro di qualche giorno. Nel suo primo romanzo, Il treno era in orario, però, Böll non ci fa sentire nemmeno un colpo di rivoltella. Il protagonista non porta nemmeno il fucile con sé, lo ha dimenticato a casa. E quelli dei suoi commilitoni non sono altro che oggetti inerti, pezzi di ferro seminascosti nelle sacche militari. Eppure ogni singola pagina di questo libro trasuda guerra. Se ne sta aggrappata ad ogni pensiero di Andreas, incastonata in ogni suo ricordo. La guerra non è fuori, è dentro. È un paesaggio interiore.

L’autore comincia così, nel 1949, a inquadrare l’obiettivo che perseguirà per il resto della sua vita: costringere la Germania a fare i conti con il proprio passato. E la lingua che usa è già quella che impiegherà in futuro: essenziale, semplice eppure fluida, in grado di accompagnare, senza forzarlo mai, il monologo interiore del protagonista. Ciò che manca ancora è la vena beffarda che impregnerà E non disse nemmeno una parola, Opinioni di un clown e Foto di gruppo con signora. E forse anche per questo il libro non fu un best-seller, pure se fece talmente breccia nella critica letteraria di quegli anni da permettere al giovane Heinrich d’iniziare a frequentare il leggendario Gruppo 47, l’élite intellettuale tedesca che vantava al suo interno nomi come il premio Nobel Günter Grass, Ingeborg Bachmann e Peter Weiss. La rotta, insomma, era tracciata.

Böll verrà ricordato come il massimo esponente della Trümmerliteratur, la letteratura delle macerie. E le macerie morali della Germania postbellica sono già tutte qui, dentro quel treno. Nell’atmosfera claustrofobica di quegli scompartimenti, nelle parole dei commilitoni di Andreas, nelle partite a carte per ammazzare il tempo, nelle lacrime di un soldato violentato da un ufficiale in una palude, nella rabbia di un tenente tradito dalla moglie con un russo, nelle mostrine lucide e nella faccia grassoccia di un giovane sottufficiale che non ha ancora visto nessuno morire con la faccia immersa nel fango. Anche la tragedia dell’Olocausto s’affaccia di tanto in tanto, ma resta sempre sullo sfondo, così come le notizie provenienti da Berlino e dal fronte orientale.

Qui il protagonista assoluto è un altro. È il disorientamento di Andreas di fronte a quell’enorme tragedia, è l’invadenza e la sopraffazione degli ingranaggi collettivi della società ai danni del singolo. Pagina dopo pagina, emerge la libertà negata dalla Storia all’uomo comune, così come negati sono il suo dolore, la sua dignità, le sue debolezze. Dolore, dignità e debolezze che però troveranno comunque il modo di venire fuori, nel corso di una notte passata con una prostituta polacca nella squallida stanzetta di un bordello di Leopoli. Una notte di amore, di morte e, finalmente, di condivisione. Un unico raggio di sole nel buio, mentre tutto intorno il mondo va a fuoco.
Heinrich Böll è già tutto qui. Puntiglioso, amaro, angosciato. Eppure, nonostante tutto, disperatamente aggrappato alla vita.

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