Il Ruanda e i suoi conti col passato

A 18 anni dal genocidio, il piccolo paese africano cerca di costruire un racconto comune su quella tragedia. Tra povertà, censure, contraddizioni ed eccellenze, alla ricerca di una memoria condivisa 

di Carlo Ruggiero

Il Ruanda è un paese piccolissimo. Solo uno schizzo di terra stretto tra due giganti: Tanzania e Congo. E, come tutti i paesi di quell’area, è poverissimo, e pieno di contraddizioni. Dando una veloce scorsa ai dati che lo riguardano ci si ritrova quantomeno spiazzati dall’incoerenza. Da un parte c’è un’economia che sebbene minuscola risulta in costante crescita, c’è la pubblica amministrazione meno corrotta dell’intera Africa, molto meno corrotta della civilissima Italia. E poi il Ruanda è un paese in cui è in atto un capillare programma di alfabetizzazione, un paese nel quale la maggior parte dei parlamentari è donna, e nel quale le politiche per le pari opportunità sono all’avanguardia mondiale.

Come sempre accade per l’Africa, però, c’è un’altra faccia della medaglia. Una faccia oscura e minacciosa. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, l’informazione libera ruandese è praticamente inesistente, soffocata com’è dal governo di Paul Kagame, il “liberatore”. Nel 2010 ha vinto per la terza volta le elezioni presidenziali con un risultato che in Europa definiremmo “bulgaro” e riserva a oppositori e giornalisti un trattamento piuttosto duro: a decine affollano le carceri del paese, con capi di accusa a dir poco discutibili. Si tratta sempre di reati politici è le imputazioni suonano sempre così: “settarismo”, “divisionismo”, “ideologia genocida”. Infine, ci sono quelle due parole, che non vengono mai pronunciate, se non sottovoce, e che richiamano una delle pagine più buie del ventesimo secolo: “hutu” e “tutsi”.

Sì, perché a più di 18 anni da quei terribili tre mesi del 1994, quelle due brevi parole fanno ancora paura. Scavano nella memoria le immagini infernali che allora arrivavano in Occidente, frammentarie e banalizzate, in coda ai tg della sera. Le immagini di uno dei più brutali genocidi della storia dell’umanità. Un milione di persone falcidiate a colpi di machete in soli 100 giorni: 10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto. Senza contare le migliaia di vedove, molte stuprate e oggi sieropositive. 400.000 bambini rimasti orfani, 85.000 dei quali sono diventati capifamiglia. I carnefici eeranostati altrettanti: quasi tutti civili, vicini di casa, amici, parenti.

Da noi, in Occidente, quelle violenze vengono spesso ricordate come uno scontro intestino di tipo tribale. Come qualcosa di molto lontano e di inspiegabile. Un’esplosione improvvisa di violenza legata a dinamiche etniche ancestrali, troppo distanti per essere comprese. In realtà, basterebbe studiare un po’, scavare più a fondo per scoprire che Hutu e Tutsi non sono affatto due etnie, ma è più corretto definirle come due caste. Due classi sociali che hanno trovato un riconoscimento ufficiale soltanto durante l’occupazione coloniale belga, quando quelle parole vennero stampate sui documenti di riconoscimento. E poi è anche facile scoprire che quello del ’94 è stato soltanto il terribile epilogo di una lunga scia di violenze che si susseguivano già dai primi anni ’60, quando il Ruanda divenne uno stato indipendente. La tensione era insomma altissima, tanto che nel ’93 le nazioni unite avevano negoziato gli accordi di Arusha, che prevedevano una spartizione del potere. Poi l’aereo del presidente Hutu Juvénal  Habyarimana fu abbattuto e nel giro di mezz’ora si scatenò l’inferno.

La comunità internazionale rimase a guardare. In Ruanda era già attiva da un anno la Munuar 1, la missione di assistenza delle Nazioni unite. C’erano circa 2500 caschi blu, guidati dal generale canadese Romeo Dallaire. Durante il massacro, il contingente si ridusse a 270 unità e il generale, nonostante le disperate richieste di aiuto, rimase solo, testimone impotente di quello che stava succedendo. Gli Usa si voltarono dall’altra parte, perché pochi mesi prima nella battaglia di Mogadisho avevano perso una ventina di marines. Lo stesso fecero Francia e Belgio, che avevano consistenti interessi economici e politici in quella fetta di mondo.

Oggi il Ruanda è sospeso tra questo passato e un futuro incerto. La giustizia sta facendo il suo lento corso, ma le ferite nella mente dei suo abitanti si rimarginano ancora più lentamente. Una memoria condivisa potrebbe essere l’unico antidoto perché quello che è già successo non si ripeta più. E’ questo il complesso percorso che aspetta il Ruanda: cercare di scrivere un racconto comune su quei giorni. Affinché quelle due parole, “hutu” e “tutsi”, dopo essere scomparse dai documenti di riconoscimento, scompaiano anche dalla carne della sua gente.

Per tenere viva la memoria del genocidio e cercare di fare luce sul presente del Ruanda, mercoledì 12 settembre alle 19.00, a Roma, presso la festa della Cgil “Piazza Bella Piazza” a Caracalla, è previsto un dibattito. Introduce Roberto Cellini, segretario generale dela Fillea Cgil Roma e Lazio; interverranno Bah Abdoulaye, ex funzionario Onu, Francoise Kankindi presidente dell’Associazione Bene Rwanda, Silvia Ioli, segretaria della Cgil capitolina; con le testimonianze di Eric Wibabara e Giorges Gatera.

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