Lasciate che vi racconti una storia

Appunti a margine di un incontro su reportage e narrazione dei territori, pubblicati su “Amaltea. Trimestrale di cultura“. Anno X – n. 2-3/2015

“Ora vi racconto una storia”. Negli ultimi tempi lo si sente dire sempre più spesso. C’è chi lo fa perché vuole venderti un prodotto, oppure perché vuole rendere più appetibile una località turistica, o magari soltanto per sensibilizzare qualcuno su qualcosa. Non è un caso se, a questo proposito, uno dei più diffusi manuali di marketing in commercio reciti così: “Raccontare storie è in realtà una strategia che permette di produrre senso e valore che possono portare al posizionamento di immagine di marca o di uno specifico prodotto/servizio. Nel web a nessuno interessa vedere un claim pubblicitario che ci invita ad acquistare un prodotto o meglio, non permette di definire quali dei tanti acquistare in una marea di prodotti o brand che appaiono praticamente identici”. Raccontando una storia, invece, “le aziende possono distinguersi dalle strategie di web marketing messe in atto dai loro competitor e arrivare a far parlar di loro il web”.

Sì, va bene. Ma forse si sta esagerando un po‘. Raccontare storie è diventata una vera e propria moda. Come la barba lunga, i pantaloni a sigaretta o le giacche troppo strette. E’ un fenomeno oramai ipertrofico. Le storie ci aggrediscono da ogni direzione, ci inseguono, ci accerchiano. E non solo nel marketing. Sta succedendo anche nel giornalismo.

Sì, sto parlando del giornalismo narrativo. Oppure del “fottuto storytelling”, come l’ha recentemente definito Luca Sofri sul “Post”. Una tendenza che, a detta di Sofri, avrebbe imbastardito non poco il giornalismo italiano, inquinandone i pozzi a discapito dei fatti. A sostegno della sua teoria, Sofri cita uno scritto di Federico Ferrazza, direttore del “Wired” italiano, che parlando di storytelling ha sentito l’esigenza di non archiviarlo come “una semplice questione lessicale”, ma di sostenere che la sua diffusione compenserebbe una “mancata capacità di lettura del mondo” di cui soffrono “quotidiani e periodici, tg e programmi televisivi di approfondimento giornalistico”. Sofri, poi, conclude il suo post sul Post (e anche qui verrebbe da discutere di questioni lessicali) citando una decisa stoccata del giovane scrittore Vincenzo Latronico, secondo il quale il significato più profondo dello storytelling sarebbe anche il più semplice: raccontare una storia, molto spesso, vuol dire mentire.

Devo ammetterlo, mi sono sentito tirare per la giacca. Non foss’altro perché di mestiere faccio il giornalista. E perché da qualche tempo mi ritrovo a ragionare proprio su questi temi. In ogni caso, credo che sia giusto rivoltarla, questa faccenda dello storytelling. E riportarla proprio nel campo del lessico. Sì, lo confesso, io sono uno che racconta storie. E confesso pure che quella parola, “storytelling”, fa venire l’orticaria anche a me. L’ho incrociata spesso. E anche se ho provato a schivarla, non sempre ci sono riuscito.

Strada facendo, me la sono ritrovata appiccicata sotto la suola delle scarpe come una gomma da masticare. E una volta che è lì, è davvero difficile tirarla via. Allora mi sono messo a caccia di un altro nome per il mio lavoro. Avevo bisogno di un altro modo per incasellare questo mio strano modo di scrivere, sempre al confine tra letteratura e giornalismo, costantemente in bilico tra narrazione e inchiesta.

Subito mi sono imbattuto in un paio di autorevolissime definizioni, forse le più autorevoli in assoluto. Innanzitutto il “New Journalism”, quel giornalismo nuovo di zecca teorizzato da Tom Wolf per raccontare i favolosi ’60 americani, e spinto fino alle estreme conseguenze da Hunter “Mr. Gonzo” Thompson. E poi il più generico “Non fiction novel” di Truman Capote, che evidentemente aveva bisogno di una voliera un po’ più ampia per contenere i poderosi colpi d’ala del suo “A sangue freddo”. Un libro capace di illuminare a giorno un posto come Holcomb, una manciata di fattorie sperdute nel Kansas che prima del suo libro “tutti chiamavano laggiù”. Da notare come sia Wolf che Capote abbiano sentito il bisogno di una sponda sicura a cui aggrapparsi. Entrambi hanno aggiunto o sottratto qualcosa a una dicitura già esistente. Il primo inserendo un semplice “new” davanti al classico giornalismo anglosassone, il secondo facendo uso di una negazione per spiegare quello che il suo libro non era, più che per dirci cos’era effettivamente. E’ forse per questa ragione che mi sono affezionato ad una terza, e molto meno diffusa, definizione.

E’ “letteratura di fatti”, e guarda caso è usata soprattutto in Polonia. Da quelle parti deve essere apparso subito chiaro che bisognava trovare in fretta uno scaffale bene in vista per i libri del connazionale Ryszard Kapuściński, il mostro sacro del giornalismo narrativo mondiale. Però, pensando a Kapuściński, la teoria secondo la quale il raccontare storie non sarebbe nient’altro che una moda passeggera perde vigore all’istante. Anche se lo storytelling è ormai un fenomeno debordante. Anche se, dopo il boom del “Gomorra” di Saviano, la povera editoria italiana ha preso a sfornare testi, collane e case editrici dedicate al reportage come se fossero tempi di vacche grasse. No, raccontare storie, alle volte, è una scelta obbligata. O almeno lo è stata per me.

Me ne sono accorto subito. E’ successo dal primo momento in cui ho deciso di raccogliere e provare a rendere in forma scritta le vicende di due territori considerati ‘periferici’ dall’informazione mainstream. Due dei tanti “laggiù” del mondo, direbbe Capote. La Valle del Sacco e Coreno Ausonio, due straordinari contenitori di storie personali e collettive mai raccontate, o raccontate molto male dal nostro “giornalismo dei fatti”. Da un parte una valle devastata dall’inquinamento alle porte di Roma, ma che i romani non conoscono affatto; dall’altra un paese di poche anime, teatro di un fulmineo boom economico ben presto spazzato via dalla Grande crisi.

Il reportage narrativo, la “letteratura dei fatti” mi è sembrata la scelta più ovvia. Non c’era altro modo per dare voce a dei luoghi in cui un’industrializzazione calata dall’alto ha ammutolito le persone. Le ha rese afone di fronte a un modello di sviluppo imposto e dominate. Perché si tratta di territori nei quali si è scelto, più o meno consapevolmente, di raccontare solo alcuni fatti. I più macroscopici, i più ‘notiziabili’.

E così facendo, si è saltato a pie’ pari il contesto, e insieme ad esso le persone che ci vivono. Questa operazione ha cancellato in un attimo l’identità più profonda e più consistente di questi territori. In parole povere, gli abitanti della Valle del Sacco e di Coreno Ausonio, per la letteratura di fiction o per il giornalismo locale e nazionale, semplicemente non esistono. Non sono mai esistiti. Si muovono sullo sfondo, semplici comparse nell’irrefrenabile scorrere della Storia con la S maiuscola. Per dare voce a terre come queste, invece, credo che sia necessario partire dal basso. Cioè dalle storie (stavolta con la s minuscola) delle persone, dal loro vissuto, dai loro racconti. E per farlo, la scelta non può che ricadere sul reportage narrativo. La letterarietà del raccontar storie infatti, almeno in questo caso, non si basa su una semplice moda o su una consolidata strategia di marketing, ma sulla ricerca di una forma adeguata alla rappresentazione degli eventi. E sulla creazione di un soggetto narrante che sia davvero curioso del mondo e della gente che lo abita.

Kapuściński, parlando dei suoi lavori, li definiva “reportage personali” o “letteratura a piedi”. Ecco, io credo che oggi, per parlare dei tanti “laggiù” del mondo serva proprio questo. C’è bisogno di lentezza, della voglia di approfondire le cose, dell’esigenza di regalare a quei territori una dimensione tanto giornalistica quanto letteraria. E se per farlo bisogna prendere in prestito alcune tecniche dal romanzo e ampliare al massimo le potenzialità stilistiche del giornalismo, tanto meglio. Insomma, io sto con Kapuściński, quando afferma che il reportage è sempre il frutto di un lavoro collettivo, perché è scritto dalle persone incontrate lungo la strada. E che il narratore si limita a descrivere una situazione spesso creata da qualcun altro. Quel qualcun altro sono spesso coloro che sono stati dimenticati dall’informazione ufficiale. Lo dico da giornalista: la notizia, a volte, non è che una forma molto povera per raccontare ciò che avviene. E a perdersi sono il senso e la profondità dei fatti.

Per alcune storie, serve altro. Serve una ‘letteratura dei fatti’. E se proprio vogliamo chiamarla storytelling, me ne farò una ragione.

qui l’articolo originale

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