Il compagno Vladimir Brusilovskiy

Coreno, l'epopea del marmo nel cuore della Ciociaria (foto di nicesenzatesta, da flickr) (immagini di (foto di nicesenzatesta, da flickr))

Settembre 1989. Uno strano individuo arriva a Coreno Ausonio direttamente dalla Siberia con l’obiettivo di avviare uno scambio con il granito sovietico. Due mesi dopo crollerà il Muro

di Carlo Ruggiero

La piazza sembra un salotto di pietra, rivestita com’è di marmo bianco bocciardato. Uno spesso manto candido che ricopre ogni cosa: il selciato, i muretti, le sedute, la fontana, gli archi, il monumento ai caduti. D’estate, qui, è difficile tenere gli occhi aperti. La luce cade a picco sulla pietra e si riverbera tutt’intorno, avvolgendo ogni cosa in una fastidiosissima aureola lattescente.

Di pomeriggio, poi, in giro non si vede anima viva. Se ne stanno tutti rintanati dentro casa, ad aspettare il fresco della sera. Così, per i vicoli regna un silenzio immobile, rotto ogni tanto dal ronzio monotono e solitario di un motorino guidato da un ragazzotto in costume, canottiera e infradito. Il rumore si avvicina indisturbato, sempre più forte, dà un poco di fastidio solo quando è a due passi, poi si allontana pigro, fino a dileguarsi del tutto dietro la prima curva.

Questo è Coreno Ausonio, il paese del marmo. Il suo cuore bianco se ne sta racchiuso tra il campanile romanico della chiesa di Santa Margherita, un po’ livido e squadrato, e il palazzo comunale, un’oscena colata di cemento armato giallo piazzata qui negli anni Ottanta.

È un pugno in un occhio, è vero, ma in pochi ormai ci fanno caso. Forse perché quando venne inaugurato l’industrializzazione del paese aveva ormai raggiunto il suo apice. Già da un pezzo, infatti, il marmo aveva soppiantato l’agricoltura come unica fonte di nutrimento per il paese, le cave nel circondario erano diventate più di una cinquantina e i laboratori di lavorazione davano già lavoro a centinaia di persone. Quegli enormi piloni di calcestruzzo, allora, dovettero sembrare a tutti il simbolo delle meravigliose sorti e progressive che ancora li attendevano. Oggi invece, tanti anni dopo, non rappresentano più niente per nessuno. Quindi passano inosservati.

Furono quei piloni, in ogni caso, la prima cosa che vide il compagno Vladimir Brusilovskyi quando arrivò in paese. Era un’abbagliante mattinata di settembre, ancora calda e soffocante, correva l’anno 1989. Una lunga macchina scura si fermò a qualche metro dal municipio. Santa Margherita sonnecchiava come sempre al suo posto. Dalla vettura scese un autista in completo scuro, che aprì la porta a tre personaggi dai lineamenti vagamente orientali. Due erano alti e longilinei, biondissimi e vestiti piuttosto alla moda. Il terzo, invece, era basso e tarchiato, costretto in un abito scuro di pessimo taglio. Grondava sudore, poveraccio, strozzato in una vistosa cravatta floreale. Ad aspettarli c’erano il sindaco, con tanto di fascia tricolore, il suo vice, il sovrintendente della Proloco e il presidente della Cooperativa dei cavatori. L’insolito comitato di benvenuto si avvicinò tutto trafelato e accolse i nuovi arrivati con sorrisi smaglianti e goffe strette di mano. Poi entrarono tutti quanti dentro.

Dalla berlina erano scesi l’addetto commerciale dell’Ambasciata sovietica a Roma, il delegato inviato da Mosca, Yuri Zotkin, e il direttore di uno stabilimento di materiali di costruzione della città di Tynda, in Siberia: il compagno Vladimir Brusilovskyi. Componevano la prima e unica delegazione sovietica che abbia mai messo piede a Coreno, frutto del disgelo tanto in voga in quegli anni. Il presidente della cooperativa e il sindaco avevano conosciuto Zotkin e Brusilovskyi poche settimane prima alla fiera di Verona, la ventisettesima edizione della “Marmomacchine”. Pare che Brusilovskyi, passeggiando nei capannoni, si fosse fermato proprio davanti allo stand dei cavatori di Coreno, affascinato da quel marmo così particolare, venato da bizzarre venature bluastre e nitidi profili di reperti fossili.

Con l’aiuto di un interprete era riuscito a comunicare il suo interesse per il prodotto, così come l’intenzione di avviare un eventuale interscambio con il granito siberiano. In quell’occasione, quindi, erano stati presi accordi con Zotkin, delegato del governo centrale, che aveva contattato l’addetto commerciale dell’Ambasciata a Roma. Era stato poi lui a prodigarsi per organizzare quella visita prima che i due ripartissero alla volta della Grande Madre Russia.

Il tour prevedeva l’ispezione di alcune cave, il sopralluogo in una segheria e in un laboratorio di frantumazione della pietra. Solo dopo ci sarebbe stato un incontro con la cittadinanza, con tanto di buffet, nella sala consiliare. Sebbene di solito ci tenesse a presenziare a ogni minimo evento pubblico, quel giorno il parroco non si fece vedere. Qualcuno, ancora oggi, giura di averlo visto passare buona parte della giornata a controllare quello che succedeva in piazza da dietro una finestra della sagrestia.

A dire il vero, neanche i paesani più devoti si concessero il lusso di andare a vedere da vicino come fosse fatto un sovietico, mentre i pochi comunisti del paese seguirono passo passo i compagni d’Oltrecortina nei loro spostamenti. Chiunque fosse presente, ad ogni modo, poté accorgersi che Vladimir il siberiano, quello più basso e sudaticcio, tra uno sguardo compiaciuto a un blocco di marmo e una domanda tradotta dal funzionario dell’ambasciata, durante la visita alla prima cava si era già slacciato la cravatta. Dopo la seconda era rimasto in maniche di camicia, mentre alla terza se le era arrotolate fin sopra ai gomiti. A un certo punto aveva chiesto di esaminare una macchina segatrice, e dopo un po’, senza chiedere niente a nessuno, s’era messo a cavalcioni su un blocco e aveva preso a segare come un dannato.

Gli altri due russi lo guardavano seccati, si lanciavano occhiate esasperate e bofonchiavano a mezza bocca. I cavatori corenesi, che in un primo tempo erano apparsi un po’ intimoriti, cominciarono invece a prendere confidenza con quello strano individuo. A differenza degli altri due, quello sembrava proprio un cavatore. Aveva le mani screpolate, indurite e piene di cicatrici, una bella pancia gonfia appoggiata sulla cinta dei pantaloni, e la faccia segnata dalle loro stesse rughe. Poco importava che le sue fossero state graffiate dal vento siberiano e non dal sole corenese: quello era uno di loro.

La giornata si concluse tra grandi risate, una buona dose di vino e fragorose pacche sulle spalle. Ormai sembrava cosa fatta: lo scambio tra il marmo corenese e il granito siberiano era solo questione di tempo. Prima che gli amici sovietici si allontanassero a bordo della loro automobile, il sindaco propose addirittura un gemellaggio tra Coreno e Tynda. Il presidente della Proloco offrì loro tre quadretti di cotto raffiguranti il campanile di Santa Margherita, mentre il presidente della cooperativa li omaggiò con dei pesantissimi portapenne, ovviamente di marmo. Tutti i rappresentanti delle istituzioni paesane, infine, furono ufficialmente invitati per una visita in Siberia.

Con gli occhi gonfi di commozione, i comunisti di Coreno seguirono la macchina mentre s’allontanava lenta nel tramonto. Era stata una giornata memorabile: avevano toccato con mano l’umanità del popolo sovietico e c’era addirittura la possibilità di un gemellaggio tra il loro paese e una cittadina della grande patria del socialismo reale. Allora non potevano ancora sapere che nessuna delegazione corenese sarebbe mai partita alla volta della Siberia, né che quel gemellaggio sarebbe rimasto solo un sogno di fine estate.

Dopo meno di due mesi, però, lo avrebbero capito di colpo, guardando in televisione il Muro di Berlino scavalcato da migliaia di giovani tedeschi in scarpe da ginnastica. Tutto il mondo rimase frastornato davanti a quelle immagini, mentre a più di qualche corenese tornava alla mente la faccia rubiconda e gli occhi azzurri e taglienti del compagno Vladimir Brusilovskiy. Colui che per un giorno solo aveva fatto sorgere a Coreno il Sol dell’avvenire.

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