Migranti: industriali europei contro il populismo

Dal 1° gennaio bulgari e romeni viaggiano liberamente in Europa. I timori di Londra e Berlino vengono smontati dall’imprenditoria, che invece chiede manodopera. In Svizzera referendum xenofobo, ma l’economia nazionale regge grazie all’Ue 

Il 2014 si presenta alle frontiere europee, ed ha il volto di migliaia di lavoratori bulgari e romeni pronti ad iniziare una nuova vita. Le restrizioni introdotte nel 2007, che limitavano il loro accesso al mercato del lavoro dell’Unione, sono infatti cadute alla mezzanotte del 31 dicembre scorso. Ed ora nei palazzi del potere dei paesi più appetibili in questi tempi di crisi si discute animatamente. Se la politica, però, tende ad alimentare indiscriminatamente la paura del diverso, gli industriali, più concretamente, fanno i conti con lo stringente bisogno di manodopera. Magari a prezzi piuttosto contenuti.

Ad esempio, Theresa May, ministro degli interni britannico, ha annunciato che in Inghilterra cresce la perplessità per l’abuso del diritto di libera circolazione. Per questo, Londra sarebbe pronta a limitare l’afflusso degli immigrati anche a costo di violare le leggi europee. Il premier David Cameron non più tardi di un paio di giorni lo ha ribadito, tornando a paventare la minaccia di una presunta orda di immigrati provenienti dall’est Europa pronta a fare a pezzi il sistema previdenziale di sua Maestà. Ed ha anche trovato più di qualche sponda, sia in Olanda che in Germania.

Sempre in questi giorni, infatti, i democristiani di Baviera, insieme all’Unione cristianodemocratica (Cdu) presieduta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, hanno messo a punto un disegno politico che cerca di evitare che i migranti provenienti da Romania e Bulgaria si muovano in maniera massiccia verso la Germania. Le autorità tedesche ritengono che circa 200 mila lavoratori arriveranno nel paese durante l’anno, e la Baviera si trova attualmente sulla strada buona per raggiungere la piena occupazione. La Csu ha quindi pensato bene di redigere questo documento in cui si propongono misure che limitino l’accesso degli immigrati al generoso sistema sociale tedesco.

A questa campagna, non certo esente da una buona dose di populismo, si è ovviamente opposta la Commissione Ue, affermando che si tratta di accuse infondate e schierandosi a difesa dei suoi tradizionali valori, fra cui quello sulla libera circolazione delle persone. E poi è arrivata la Dihk, l’associazione delle camere del commercio e dell’industria tedesche.“La Germania ha bisogno di un milione e mezzo di immigrati qualificati per garantire la crescita economica e stabilizzare il Welfare State – ha avvisato Martin Waslebe, numero uno dell’istituzione di Berlino. Occorre quindi impedire che “l’immigrazione sia vista in una luce negativa per colpa d’una surriscaldata discussione politica”. Per Waslebe è infatti necessario “lavorare per offrire ai migranti una cultura inclusiva, deve essere il compito di tutta la nostra società”.

Non si tratta di prese di posizione ideologiche. Anche le previsioni economiche parlano chiaro: a fine 2013 l’ufficio di statistiche federale contava 41,8 milioni di occupati, poco più di metà della popolazione nazionale, e registrava 232 mila uomini e donne attive in più rispetto all’anno precedente. La Dihk ne trae la convinzione che la nuova manodopera resti indispensabile per tenere questa rotta.

La stessa situazione si registra in Svizzera, legata all’Ue da una serie di accordi bilaterali. Per il 9 febbraio è in programma il referendum nazionale sulla limitazione dell’immigrazione, organizzato dal partito Svp di centrodestra. Sotto accusa, però, stavolta ci sono prevalentemente gli immigrati di origine italiana e portoghese, additati come causa dell’aumento della criminalità e del prezzo degli alloggi. Il Consiglio federale e Parlamento sono riusciti finora a respingere l’iniziativa, e cercano di convincere i cittadini a votare contro. Anche se, secondo le statistiche, il 52% degli aventi diritto al voto sarebbe oggi favorevole all’iniziativa, mentre solo il 40% si dice contrario.

La Commissione Europea, anche in questo caso, ha avvertito che se queste limitazioni saranno approvate, agli svizzeri sarà bloccato l’accesso al mercato di lavoro comunitario. E pure stavolta, un altolà è arrivato dai datori di lavoro. Il mondo economico elvetico, riunito sotto la sigla Economiesuisse, che mette insieme imprenditoria e assicurazioni, alberghiero, agricoltura e artigianato, avverte che il blocco dell’immigrazione non solo non risolverebbe i problemi occupazionali, ma metterebbe in pericolo “una via bilaterale con l’Ue che funziona”.

L’organizzazione concretamente fa notare che in Svizzera un impiego su tre dipende dagli accordi firmati nel 2002 con l’Unione europea, mentre in materia di esportazioni la confederazione guadagna un franco su tre proprio grazie all’Europa. L’immigrazione, poi, permette di importare manodopera specializzata dall’estero quando in casa propria non si trova. Insomma, anche se non sembra, per la Svizzera come per l’Europa dei ricchi, l’immigrazione resta un affare. Con buona pace dei populisti di ogni nazionalità.

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