I forzati delle cucine di Londra

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Viaggio tra i lavoratori migranti delle cucine della capitale inglese. Rappresentano quasi il 60% della forza lavoro del settore. Vivono con salari da fame e turni massacranti. E adesso arriva la crisi (un pezzo pubblicato qualche tempo fa su Rassegna.it)

di Carlo Ruggiero

George viene dalla Sierra Leone, ha 38 anni e fa il “kitchen porter” (lavapiatti) in una tavola calda affiliata ad un importante franchising internazionale. Mariusz invece ha 28 anni, è polacco e fa il pizzaiolo in un ristorante italiano. Poi c’è Marco, che viene dal Brasile, è più giovane ma già da qualche mese è “sous chef”, il secondo in grado nella gerarchia del ristorante in cui lavora. Poi ci sono i vari Salah, Fouad, Eurivan, Woitek, Pavel, Jorge, ma anche parecchi Flavio e Marco accanto a qualche ragazzotto inglese alla sua prima esperienza di lavoro.
Le cucine londinesi rappresentano oggi un crocevia di culture, lingue e religioni diverse, in cui si incontrano anche molti italiani più o meno giovani.Il fotografo Matteo di Giovanni ha realizzato un reportage su questo vero e proprio microcosmo.

Nel Regno Unito, in effetti, i lavoratori migranti costituiscono più della metà dell’intera forza lavoro nel settore della ristorazione. Secondo un censimento condotto nel 2001 dalle due sociologhe della London Metropolitan University Anna Wright e Tessa Pollert, circa il 59% dei lavoratori del settore può essere descritto come “non-bianco” e “non britannico”. A detta delle due giovani ricercatrici, inoltre, le loro condizioni di lavoro sono tra le peggiori del Paese. Molti immigrati intervistati guadagnano molto al di sotto della media nazionale e vengono retribuiti con somme forfettarie per turno o per settimana, indipendentemente dalle ore lavorate. Nelle cucine inglesi, infatti, regnano retribuzioni da fame, turni massacranti, sfruttamento, mobbing, molestie razziali e nessuna forma di sindacalizzazione.
La paga minima, il cosiddetto “minimum wage”, è fissato a 5,73 sterline lorde per ora, mentre la soglia di povertà, secondo giornali come Red Pepper e Guardian che richiedono da tempo l’innalzamento del salario minimo, è fissata a 7,5 pound. In pochi, però, riescono a strappare qualche centesimo in più, anche perché il salario è sostanzialmente lo stesso per tutti i lavoratori delle cucine, dal “kitchen porter” fino al “sous chef”. In sostanza, un lavapiatti o un cuoco guadagnano la stessa cifra. Lavorando 40 ore settimanali, quindi, un lavoratore può arrivare a racimolare circa 220 pound a settimana, più o meno 900 sterline lorde mensili. Nonostante la bassa pressione fiscale, al netto delle tasse non si arriva a più di 800 sterline al mese.

La crisi economica, tra l’altro, rischia di peggiorare ulteriormente la condizione dei “forzati delle cucine”. Secondo le previsioni del Chartered Institute of Personnel and Development (Cipd), l’organizzazione dei responsabili della gestione del personale, il 2009 sarà l’anno record della disoccupazione in Gran Bretagna. In un rapporto pubblicato il 29 dicembre scorso, l’Istituto prevede che quest’anno almeno 600mila posti di lavoro verranno eliminati, gran parte dei quali nel periodo tra gennaio e Pasqua, che sarà il peggiore per l’occupazione dal 1991. Per i lavoratori che evitano il licenziamento la prospettiva è un taglio dello stipendio o nella migliore delle ipotesi un congelamento delle retribuzioni. Secondo i dati ufficiali, infatti, in ottobre il numero dei disoccupati ha toccato quota 1,86 milioni, il livello più alto dal 1997, portando il tasso di disoccupazione al 6%. I precari della ristorazione saranno probabilmente tra i primi a risentirne. La sterlina debole, tra l’altro, ha reso assai più ‘leggere’ le rimesse dei lavoratori immigrati verso i paesi di origine, mettendo in difficoltà anche le famiglie rimaste a casa.

Data la drammaticità della crisi, la British Chambers of Commerce (Bcc) ha inoltre chiesto al governo di congelare il salario minimo ai livelli attuali fino a quando la situazione non migliorerà. La ‘minimum wage’ per i lavoratori adulti era infatti aumentata del 3,8% in ottobre, attestandosi al livello attuale. Secondo la Camera di Commercio, però, un aumento simile nel 2009 costerebbe alle imprese 300 milioni di sterline, costringendo molte a licenziare e quindi “aggraverebbe la disoccupazione”. David Frost, direttore generale della Bcc, ha affermato che “la maggior parte delle imprese stanno cercando di sopravvivere” e che congelare il salario minimo “è sicuramente il minore dei due mali”. Chissà se Mariusz, George e Salah saranno d’accordo.

link originale: http://www.rassegna.it/articoli/2009/01/13/41373/i-forzati-delle-cucine-di-londra

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