A Firenze, dove non si muore più di caldo

Reportage multimediale dai cantieri in cui si applicano le nuove linee guida della Asl contro i colpi di calore. Una vittoria del sindacato e degli Rlst. “Un passo importante per rendere di nuovo i lavoratori protagonisti, ma la strada per la sicurezza è ancora lunga”. Foto di Marco Merlini

FIRENZE. Il traffico scorre lento tra i cantieri. Dalla stazione di Santa Maria Novella a Novoli è tutto un susseguirsi di transenne, grate, gru e reti di plastica arancione. I lavori per la Tramvia procedono lenti, e la città ne soffre. Qualche automobilista sbraita nel chiuso del suo abitacolo, suona il clacson, cerca di svicolare. Gli altri, invece, paiono rassegnati e si godono in pace l’aria condizionata. Sono solo le nove del mattino, ma fuori l’afa già avvolge ogni cosa come uno straccio bagnato. In giro c’è poca gente. Per lo più turisti in ciabatte, canotta, occhiali da sole e cappellino d’ordinanza. Le previsioni per oggi sono spietate. Temperatura massima prevista: 38 gradi; umidità: oltre il 50%. È allarme caldo, insomma. Tanto che in centro hanno pure chiuso il Corridoio Vasariano, il celebre camminamento sospeso sull’Arno tra gli Uffizi e i giardini di Palazzo Pitti. Fa troppo caldo, le opere d’arte sono a rischio e verranno rimosse.

Filippo Rocco guida smaliziato. È uno dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriale e si trova perfettamente a suo agio nel fritto intrico di deviazioni alla circolazione e scorciatoie forzate. In pochi minuti arriviamo al cantiere “Regione” della seconda linea della Tramvia. Si chiama così perché sta proprio sotto il palazzone della Giunta toscana. Ed è un groviglio di tubolari, gabbie metalliche e pilastri di cemento. Al centro del cantiere, c’è una pala meccanica gialla, ferma nel bel mezzo di uno spiazzo di ghiaia. La luce del sole cade a picco sul pietrisco bianco e si riverbera tutt’intorno. Sulle impalcature non c’è anima viva. Gli operai se ne stanno tutti sotto una baracca di legno, all’ombra di un grande platano. Si asciugano il sudore, si dissetano, chiacchierano tra loro. Intanto, tra le fronde, le cicale friniscono senza sosta.

“Siamo in una delle pause previste dalle nuove norme dalla Asl nelle giornate a rischio caldo. I lavoratori devono necessariamente fermarsi 15-20 minuti ogni ora”, spiega con indubbio accento siciliano Fabrizio Conti, giovane ingegnere, assistente del coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione del lavori delle Linee 2 e 3. In parole più semplici, è uno dei tecnici dello studio incaricato dal committente dei lavori per verificare la sicurezza nei diversi cantieri della Tramvia. Conti indica un piccolo marchingegno affisso alla baracca di legno, sopra alcuni fogli che penzolano da una puntina. “Quello è un semplice termoigrometro, che segnala temperatura e umidità in ogni momento della giornata. Tutti i cantieri, ora, devono averne uno. Ma che questa sarebbe stata una giornata difficile lo sapevamo già. Ce l’ha comunicato la Asl qualche giorno fa, ed è stato segnalato anche su un sito internet al quale accediamo noi, l’impresa subappaltatrice e l’impresa principale”. Sui fogli appesi alla baracca c’è invece una tabella colorata grazie alla quale, incrociando i dati su temperatura e umidità, è possibile stabilire tre diversi livelli di pericolo. Si va dal livello uno, di “pre-allerta”, che “non richiede azioni immediate”, fino al livello tre, che scatta in “condizioni di emergenza (ondata di calore)” con “possibili effetti negativi sulla salute di persone sane e attive”. Per ogni singolo livello di rischio viene specificato cosa bisogna fare in cantiere per evitare malori.

È la procedura dettata dalle linee guida (testo integralesintesi emanate dagli uffici della Asl Toscana Centro. Si tratta di poche pagine dal titolo: “Il rischio da temperature elevate nei cantieri edili”, eppure rappresentano l’esperienza più avanzata in Italia su un fronte troppo spesso sottovalutato. E potrebbero salvare molte vite. Quando viene individuata una giornata a rischio, oltre alle pause in zona ombreggiata (“codificate” e “non decise dal lavoratore”), le linee guida prevedono anche il cambiamento dell’orario di lavoro, l’idratazione degli operai con acqua e integratori minerali, nonché l’utilizzo di cappelli a tesa larga, occhiali da sole, vestiti traspiranti, creme e occhiali protettivi. Senza dimenticare l’obbligo di formazione degli operai sui rischi per la salute, i sintomi da riconoscere prima che sia troppo tardi, e le nozioni specifiche di primo soccorso.

“Sono regole ovvie, semplicissime. E questo fa salire ancor di più la nostra rabbia. Perché le cose normali, spesso nei posti di lavoro non sono normali affatto”. A dirlo è Marco Benati, segretario provinciale della Fillea Cgil di Firenze. Ora siamo in un altro cantiere, a qualche centinaio di metri dalla Regione. Qui non c’è una baracca di legno, né un albero. A fare ombra c’è solo un gazebo bianco che brilla sotto un sole sempre più feroce. Anche qui, su un tavolino, ci sono il termoigrometro e la tabella colorata. Due operai hanno appena finito la loro pausa e ora armeggiano con una saldatrice tra i binari. Sudano forte in mezzo a un vialone transennato, l’aria tremola scaldata dalle fiamme blu. La temperatura è salita ancora.

L’estate scorsa un giovane operaio edile è morto, stroncato dal caldo in un cantiere non molto lontano da qui. Era uno dei troppi lavoratori uccisi in tutta Italia da un’eccezionale ondata di calore. Nei primi venti giorni del luglio 2015 si contarono ben 11 vittime. A Firenze, all’inizio, nessuno aveva pensato a una malattia professionale o a un incidente sul lavoro. Nessuno, tranne il sindacato. Da quel giorno, infatti, la Fillea, gli Rlst (rappresentanti territoriali dei lavoratori per la sicurezza ndr) e le altre sigle sindacali hanno iniziato un’intensa mobilitazione, che ha poi coinvolto anche gli ordini professionali, le istituzioni e i comitati paritetici provinciali per la sicurezza. “Non abbiamo mollato – continua Benati – ci siamo impuntati. Solo così siamo riusciti ad aprire un dialogo, che dopo un anno ha finalmente portato a queste linee guida. Ora abbiamo delle indicazioni concrete, e obbligatorie per tutti.”

Il 22 giugno le procedure sull’esposizione dei lavoratori alle alte temperature sono state illustrate in una riunione, l’8 luglio sono state inviate alle parti sociali, e attraverso gli enti bilaterali sono arrivate a tutte le aziende di Firenze. Adesso devono essere applicate in ogni cantiere edile della città. Chi non le mette in atto nei giorni a rischio, pagherà.

“Il sindacato ha effettivamente avuto un ruolo molto importante – conferma Giuseppe Petrioli, responsabile dell’area Igiene e sicurezza della Asl Toscana Centro -. Si sono impegnati a fondo, hanno stimolato la discussione su un tema a lungo trascurato. Ma bisogna anche dire che nessuno si è arroccato contro le nostre posizioni, né i datori di lavoro, né gli ordini professionali”. Si guarda intorno, sorride, poi continua: “Non che potessero fare altrimenti. In realtà sono norme di legge, anche se non erano state ancora codificate. In edilizia è stato storicamente preso in esame soprattutto il rischio di esposizione al freddo, al gelo e alla pioggia. Il pericolo del caldo è stato sempre sottovalutato. E dire che già oggi esiste la possibilità della cassa integrazione, che viene riconosciuta dall’Inps a partire da temperature superiori a 34 gradi.”

Torniamo al cantiere “Regione”. Gli operai hanno ripreso a lavorare. Dopo un po’ si fermano di nuovo, sono passati 45 minuti. “Il termometro in cantiere non lo avevo mai visto”, confessa Santo, asciugandosi il sudore dalla fronte con una mano. Anche lui è siciliano. Ha gli occhi chiari, rughe profonde e capelli bianchi sotto il caschetto. “Eppure così funziona. Dovrebbe esserci ovunque, non solo a Firenze – continua -. Così almeno certe ditte la smetterebbero di sfruttare gli operai. Io ho 58 anni, e sotto il sole è dura. Il caldo t’ammazza.”

Benati lo guarda per un po’. Poi si volta. “È un passo importante, ma è solo un passo – dice adesso -. La strada da fare è ancora molto lunga. Bisogna estendere queste norme a tutti i settori in cui si lavora all’aperto e in cui è richiesto un impegno fisico notevole. Perché in questo modo l’organizzazione dei luoghi del lavoro torna finalmente in mano ai lavoratori, e li rende di nuovo protagonisti. Quando i lavoratori sono protagonisti, gli infortuni calano e la qualità del lavoro e del prodotto migliora”.

Ci allontaniamo. Santo ha ripreso a picchiare con la mazzetta da cinque chili su una barra d’acciaio. I colpi risuonano forti nell’aria immobile. Ai lati del vialone battuto dal sole c’è sempre meno gente. Una signora piuttosto anziana s’affaccia da una finestra del primo piano. Osserva la scena per qualche secondo, poi scompare all’ombra di una serranda abbassata in fretta e furia.

Il pezzo originale lo trovate qui

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